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Paolo Becchi

IL PROBLEMA SONO I CONTAGI O COME SI CURANO I PAZIENTI?

di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi, su Libero il 30 Maggio 2021

La vita è tornata nelle piazze italiane, tappezzate dei tavoli all’aperto di ristoranti, pizzerie, bar e ogni altra attività di ristorazione. Anche a pranzo nei giorni feriale molti mangiano, bevono e chiacchierano più di prima del lockdown, come reazione alla clausura subìta per tanto tempo. È così un po’ dappertutto.

Qualcuno ricorderà che anche l’anno scorso a maggio era successa la stessa cosa, i “casi” di tamponi positivi erano crollati e così i decessi Covid e si era riaperto. Quest’anno – si dice – è merito dei vaccini, anche se in realtà la gente che “assembrata” alla sera non sono pensionati over 70 (che effettivamente sono all’80% vaccinati e di questo va ringraziato Draghi), ma giovani e adulti sotto i 60 anni in maggioranza, tra cui la vaccinazione è ancora sotto il 40%. Ciononostante i contagi ossia i tamponi positivi continuano a calare insieme ai ricoverati e ai decessi.

Resta l’ombra del passato, dei 125mila morti Covid dell’ultimo anno e mezzo e questo spettro fa sì che si spinga la vaccinazione anche tra chi non è a rischio, la si imponga pena sospensione dal lavoro ai sanitari, si imponga un passaporto, quarantena e tamponi multipli per chi viaggia e altre limitazioni.

I 125mila morti Covid in Italia però corrispondono ad una mortalità con pochi paragoni al mondo. Alle nostre autorità e anche ai grandi media non piace sentirlo dire, ma la mortalità Covid nel mondo è stata da 10 a 100 volte inferiore alla nostra. Ad esempio in Asia-Pacifico (dalla Cina alla Thailandia e Malesia passando per Filippine e Giappone) la mortalità è stata tra 1 e 27 morti per milione di abitante, mentre in Italia è di oltre 2 mila morti Covid per milione di abitanti. Si obbietterà che questo è successo perché non si sono contagiati, ma la maggior parte di questi paesi ha fatto pochi tamponi, in Giappone ad esempio 20 volte meno di noi (li si è fatti solo a chi aveva sintomi) per cui come si fa a sapere quanti “positivi” hanno avuto? I 125 mila morti Covid in Italia sono avvenuti in mezzo a circa 4 milioni di “casi” di contagiati, quindi (se dividi una cifra per l’altra) più di 2 morti ogni 100 contagiati.

Questo cosiddetto “infection fatality rate” (cioè morti in percentuale dei contagiati) è il più alto del mondo assieme a quello di New York, UK, Repubblica Ceca e qualche altro paese piccolo dell’Est Europa. Anche solo in Austria, Germania, Svizzera e Svezia è circa un terzo e soprattutto la mortalità totale (per tutte le cause e non solo Covid-19) è aumentata di poco, mentre in Italia del 14%.

Secondo un numero importante di medici ed epidemiologi, questa mortalità così alta in Italia ha una spiegazione, una spiegazione semplice, di cui però in Italia non si può quasi parlare. Ci sono stati così tanti morti perché non abbiamo curato i malati, di più perché le autorità, (Ministero della Salute e AIFA) hanno bloccato e scoraggiato le tre o quattro terapie che in altri paesi e tanti gruppi di medici proponevano e praticavano. E continuano a farlo.
Un caso eclatante è il divieto di usare idrossiclorochina (+azitromicina) in vigore da giugno e ribadito pochi giorni fa, a fronte dell’evidenza scientifica presentata dall’Istituto di Malattie Infettive di Marsiglia, che ha di recente pubblicato lo studio più ampio fatto finora, su 10,400 pazienti, di cui oltre 8mila trattati precocemente con idrossiclorochina +azitromicina (vedi qui per lo studio originale https://www.mediterranee-infection.com/wp-content/uploads/2020/04/MS-IHU-Preprint.pdf).

Il risultato è che la mortalità Covid o “infection fatality rate” (cioè morti in percentuale dei contagiati) è stata solo lo 0,06% tra gli 8,315 pazienti, il che vuole dire 6 decessi ogni 10mila contagiati. In Italia, traslando la nostra percentuale del 2,2%, abbiamo avuto circa 220 morti ogni 10 mila contagiati. Quindi 220 morti contro 6 (ogni 10mila), cioè circa 30 volte di più. Si possono discutere ovviamente in moto più approfondito di quello che lo spazio consente le metodologie impiegate e ci auguriamo che lo si faccia, ma Didier Raoult con un team di altri 30 specialisti hanno pubblicato ora lo studio più ampio finora esistente e questo dimostra che la mortalità Covid può essere ridotta a 6 decessi su 10mila pazienti.

Da più di un anno Raoult e i suoi collaboratori non si stancano di evidenziare che presso il loro Istituto ospedaliero di Marsiglia la mortalità Covid è di questo ordine di grandezza. Stando a quanto si legge sul sito dell’Aifa e del Ministero della Salute l’idrossiclorochina presenta troppi “rischi”, ma non si cita nessuno studio a sostegno e come si sa viene impiegata da 40 anni come farmaco anti-malarico e milioni di persone nel mondo l’hanno adoperata.

Questo dato di mortalità ridotta a solo lo 0,06% applicato all’Italia significa, ragionando in retrospettiva, che applicando questo tipo di terapia avremmo potuto avere 30 volte morti in meno. Tanto per dare un’idea, una mortalità di 6 pazienti su 10mila come indicano all’Istituto di Marsiglia invece che di oltre 200 pazienti su 10mila come finora in Italia, significa oltre 100mila morti in meno.

Noi ci limitiamo a riportare i dati di questo studio e sono talmente clamorosi che non possiamo fare a meno di chiederci: perché non si è voluto curare i pazienti in questo modo e perché ancora adesso il Ministro lo impedisce? Quali interessi sta proteggendo il Ministro Speranza?

Certificazione verde, il Parlamento ora può modificare il decreto del Governo

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma, su Libero

Dal 26 aprile è in vigore il decreto-legge n. 52/2021. All’art. 9 il decreto prevede l’introduzione della certificazione verde nazionale, un pass obbligatorio per gli spostamenti tra Regioni di colore diverso, con esclusione di quelle bianche e/o gialle (artt. 1 e 2 del decreto). I certificati sono rilasciati a chi si è vaccinato con entrambe le dosi (ove previste), oppure a chi può dimostrare di essere guarito dal Covid-19 (entrambe le circostanze hanno validità al momento per soli sei mesi, ma si parla di estenderne l’efficacia a nove), ovvero a chi ha fatto un tampone con esito negativo non oltre 48 ore prima dello spostamento.
Il decreto-legge è finito, giustamente, nel mirino del Garante per la protezione dei dati personali (Gpdp). Pochi giornali ne hanno parlato, spesso peraltro in modo superficiale, per questo vorremmo qui approfondire il punto. Il Garante non ha poteri legislativi ma di poteri non ne ha pochi, di avvertimento, correttivi, ingiuntivi, sanzionatori, inibitori e altri ancora, tanto è vero che per ciò che riguarda i dati sensibili di cui agli artt. 20 e 22 del D.lgs. 196/2003 era stato in passato sempre ascoltato, sia in sede parlamentare che governativa. Peraltro il Garante può anche intervenire su decisioni prese a livello regionale, come ha fatto ieri, contestando con un avvertimento le misure adottate dalla Regione Campania in ordine al certificato vaccinale regionale perché violerebbe le regole della privacy. Ma concentriamoci qui sul decreto del Governo.
Va ricordato che sulla base del Regolamento europeo di protezione dei dati del 2016/679 (GDPR, art. 36, par. 4) il Governo è addirittura obbligato a chiedere il parere del Garante quando si tratti di dati sensibili. I dati sanitari, più di altri, rientrano nella sfera di tutela della privacy, peccato però che questa volta il Governo non abbia voluto sentire il parere del Garante, come del resto il Garante neppure è stato consultato sull’obbligo vaccinale per il personale sanitario. Il che – sia detto en passant – a rigore potrebbe portare qualsiasi giudice nazionale a disapplicare l’obbligo vaccinale convertito ieri in legge dalla Camera, poiché non è stata rispettata la procedura prevista per introdurlo. Come che sia, con riferimento al pass vaccinale il 23 aprile 2021 il Garante è però intervenuto con “avvertimento in merito ai trattamenti effettuati relativamente alla certificazione verde per Covid-19 prevista dal d.l. 22 aprile 2021, n. 52”. È la prima volta che questo accade.
La presa di posizione del Garante è netta e articolata su più punti. Vediamoli. Sulla inidoneità della base giuridica il Gpdp contesta che “che tali documenti possano successivamente essere ritenuti una condizione valida anche per l’accesso a luoghi o servizi … allo stato non espressamente indicati nel decreto (es. in ambito lavorativo o scolastico)”. Con questo avvertimento il Gpdp ha voluto sottolineare che il certificato verde potrebbe essere utilizzato nei prossimi mesi per potersi recare a lavoro, a scuola, in tribunale, all’università o sui mezzi pubblici, creando un “ghetto” di chi non si vaccina, peraltro in assenza di un obbligo generale di vaccinazione e in palese violazione del Regolamento Ue.
Continua il Gpdp nel suo comunicato: “si rileva che la norma risulta anche priva dell’indicazione delle motivazioni in forza delle quali si rende necessario introdurre, in via provvisoria, le predetti certificazioni verdi, stante la prossima adozione della proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio sul certificato verde digitale”. Obiezione condivisibile, se si considera che la Ue sta per adottare un Green pass valido per tutti gli Stati dell’Unione (dunque anche per l’Italia), pass che prevede le medesime condizioni del nostro certificato verde ma che con ogni probabilità non sarà obbligatorio, a differenza del certificato introdotto dal governo italiano. C’è chi dice che da maggio a settembre l’Italia sarà tutta gialla e bianca e dunque il certificato verde nazionale sarà di fatto superfluo, ma non è vero: sarà sufficiente qualche ballo notturno in discoteca e qualche aperitivo agostano in spiaggia per far risvegliare i sacerdoti delle zone rosse e arancioni. Conosciamo il copione.
Violazione dei principi di minimizzazione e di esattezza. Il primo attiene all’obbligo, ribadito dal Garante richiamando un vincolante regolamento europeo (Regolamento Ue n. 679/2016) per le strutture sanitarie di indicare il minor numero possibile di dati sanitari del soggetto sui documenti medici. Il decreto-legge prevede invece una serie di dati da inserire nella certificazione verde che non sono affatto “minimi”. Per quanto concerne la guarigione e il tampone negativo, trattandosi di dati del tutto provvisori, è chiaro che la certificazione verde difficilmente possa rispettare il principio di esattezza: è infatti evidente che un certificato rilasciato a seguito di semplice tampone non sia in grado di attestare con precisione i dati sanitari dell’interessato.

Infine il Gpdp ritiene siano stati violati anche i principi di integrità e riservatezza dei dati: “le disposizioni del decreto non forniscono adeguata garanzia rispetto al principio di integrità e riservatezza, atteso che non sono indicate le misure che si intende adottare per garantire un’adeguata sicurezza dei dati personali”. Il Titolare del Trattamento dei dati sanitari è in buona sostanza il servizio sanitario della Regione di residenza, ma il decreto-legge non garantisce in alcun modo la riservatezza poiché i dati richiesti dalla certificazione verde (vaccinazione, guarigione, tampone negativo) dovranno essere esibiti negli spostamenti al personale di controllo dei mezzi di trasporto, ovvero alle forze dell’ordine che ne facessero richiesta. E chissà un domani pure per entrare nei luoghi di lavoro. Dov’è la riservatezza? E per quanto tempo sarà necessaria questa certificazione? Il decreto-legge sul punto non dice nulla, il certificato è a tempo indeterminato, a differenza del Green pass europeo che invece sarà provvisorio.

Insomma, rilievi molto precisi e puntuali, di cui il Governo se avesse consultato il Garante avrebbe potuto tener conto. Per fortuna – in fase di conversione in legge del decreto-legge n. 52/2021 – il Parlamento ha deciso recentemente di farlo. Ci sono ora tutte le condizioni affinché il Parlamento tenga conto delle indicazioni e dei suggerimenti del Garante e non si limiti a ratificare il decreto del Governo, come quello sull’obbligo vaccinale, ma lo modifichi. Sarebbe un bel segnale di democrazia parlamentare.

DRAGHI RILANCIA L’EDILIZIA E L’IMMOBILIARE E NON È POCO

di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi, su la Zuppa di Porro

A parte il tema del lockdown e della vaccinazione e i loro risvolti sull’economia, l’altro tema di cui si parla ora è il Superbonus al 110%. Il governo Draghi ha stanziato 13 miliardi per questa misura e lo ha anche reso più praticabile, ad esempio consentendo di iniziare i lavori in parallelo a richieste di sanatoria (senza la quale ad esempio uno degli autori di questo articolo non avrebbe potuto togliere il riscaldamento a GPL per mettere il solare). I suoi effetti dirompenti sull’edilizia e anche impiantistica sono evidenti.

Secondo l’ANCE (associazione costruttori) il Superbonus accelera gli investimenti nel comparto abitativo (nel 2021, +14% rispetto al 2020), intorno a 6 miliardi di spesa aggiuntiva e avrà un effetto sull’economia di 21 miliardi di euro, ovvero oltre 1,3 % di PIL.

In pratica, si può rifare la facciata di un condominio spendendo oltre mezzo milione di euro e pagare semplicemente cedendo il credito fiscale che viene riconosciuto dall’Agenzia delle Entrate e pari al 110% della fattura o alla ditta fornitrice o ad una banca. Oppure, se hai una casa che ha subito danni dal terremoto e (che in Italia sono alcune centinaia di migliaia) e potenzialmente potrebbe essere considerata a rischio sismico, con il Superbonus la puoi ristrutturare da cima a fondo, sempre senza sborsare soldi, ma semplicemente cedendo il credito fiscale.

Oggi se si entra in una qualunque banca, l’ingresso è tappezzato di manifesti che invitano alle offerte di cessione del credito del SuperBonus. E’ evidente che si tratta di una misura “shock”, ma parliamo di un settore come l’edilizia che è depresso dal 2009 in Italia (-40%), in cui centinaia di migliaia di persone sono rimaste per anni senza far niente o hanno dovuto dedicarsi ad altro.

Sui giornali ora appaiono storie allarmiste sull’aumento improvviso del costo dei materiali e dei preventivi, ma dopo 12 anni che in questo settore si andava falliti che male c’è se ora per un anno finalmente si guadagna di più? Vorrà dire che si assume finalmente gente e si creano magari anche nuove attività. Qualcuno lamenta l’’effetto sui conti dello stato”, ma il premier Draghi è chiaro quando dichiara: “bisogna dare soldi ora, non prendere soldi” e ha portato il deficit pubblico all’11,8% del PIL, la percentuale più alta del mondo dopo gli USA (che sono al 19% del PIL).

Il SuperBonus è stato descritto sulla stampa finanziaria italiana come una forma di “MonetaFiscale” e non è sbagliato. In sostanza, lo Stato emette crediti fiscali che si possono utilizzare nei prossimi anni e che sono però, a differenza di altri usati in passato, cedibili a terzi. In pratica lo Stato emette così moneta per far lavorare di più la gente e produrre beni e servizi che a loro volta produrranno più reddito e anche più entrate fiscali in futuro. In un settore depresso come l’immobiliare e l’edilizia in Italia è la soluzione logica e ovvia, anche se ci voleva un Draghi per realizzarla.

La prova che sia così è il fatto che Eurostat non tratta l’emissione di crediti fiscali a uso differito nel tempo come un debito, perché a differenza dell’emissione di un BTP lo Stato non è tenuto poi a pagare a nessuno, a sborsare soldi. Lo Stato sconta solo delle tasse, in futuro, distribuite nel tempo e fa una previsione, che mette a bilancio, che il lavoro addizionale intrapreso (ristrutturare e efficientare case) generi reddito e alla fine anche più entrate.

Quello che qualifica come “moneta fiscale” questa soluzione ingegnosa è però che questi crediti fiscali sono cedibili e quindi funzionano come moneta addizionale. Idealmente il sistema bancario dovrebbe avere questa funzione di immettere denaro nell’economia, ma come si sa il credito nel settore edilizio in Italia è stato tagliato di quasi il 50% dopo il 2008, a differenza di praticamente tutti gli altri paesi al mondo.

Draghi in aggiunta, per il settore immobiliare, ha previsto la deduzione degli interessi e garanzia pubblica sul mutuo per i giovani (garantendo l’anticipo del 10 o 20% richiesto dalle banche) e l’effetto è un risparmio da 5 a 9 mila euro alla fine sul costo del mutuo. Gli effetti si stanno già facendo sentire, perché nell’ultimo mese la domanda di mutui e surroghe è esplosa dell’84% rispetto ad un anno fa. Che questa sia la direzione del suo governo lo noti anche dalla borsa, dove i titoli immobiliari e delle costruzioni da WeBuild a Risanamento non fanno che salire.

In conclusione, Draghi sta stimolando l’economia puntando sul settore in assoluto finora più depresso, l’immobiliare e l’edilizia e lo fa usando il deficit e le garanzie pubbliche alle banche. Questo può anche creare inizialmente inflazione per i materiali e i costi dei lavori, ma solo perché i cittadini hanno timore che la misura non venga rinnovata e quindi si affrettano a chiedere il Superbonus, creando colli di bottiglia in un settore abbandonato. Se il governo invece annuncia che questa politica di “moneta fiscale” continuerà, allora arriveranno molte nuove imprese nel settore e anche l’offerta si adeguerà alla domanda.

In Italia si possono fare grandi lavori di ristrutturazione, efficienza energetica (nonché protezione antisismica) e ora c’è finalmente alla guida del governo una persona che lo ha capito.

La posta in gioco. La rielezione di Matterella

di Paolo Becchi, su Libero

Il Presidente della Repubblica parlando di fronte ad un gruppo di bambini ha fatto intendere di essere vecchio e che presto godrà di un meritato riposo. Non sono così convinto del “meritato riposo” che lo attende tra pochi mesi e cercheremo di dimostrare per quale ragione. Ma procediamo con ordine.

Già si stanno definendo le due posizioni fondamentali sulla sua successione. Entrambe, a mio modo di vedere, sbagliate. La prima è quella di Salvini: Draghi al Quirinale, dimissioni – conseguentemente – del governo, e nuove elezioni, con quella che il “Capitano” spera sia, finalmente, l’affermazione definitiva della Lega. Dall’altra parte, la linea di Letta: portare una donna per la prima volta al Quirinale – ed il nome è, come prevedibile, quello di Marta Cartabia, già primo presidente donna della Corte Costituzionale. Su di lei è già da un anno che si dice che abbia l’appoggio del Partito Democratico e la sua entrata a far parte del governo ha questa spiegazione. L’elezione di Cartabia consentirebbe a Draghi di rimanere al Governo fino alla fine della legislatura, e di rinviare ancora di un anno la partita elettorale, che al momento vede pochissime possibilità per una vittoria dei Democratici.

Si tratta – dobbiamo chiederci a questo punto – di strade realmente percorribili? Salvini non ha ancora capito, ma i fatti lo costringeranno a farlo, un punto fondamentale: soltanto con Draghi al governo l’Italia avrà l’appoggio dell’Europa, che è la cosa, al momento, che conta di più per ripartire. Bisogna prenderne atto. L’Europa è disposta a negoziare con noi, a consentirci di mantenere una certa sostenibilità nel nostro debito pubblico, a lasciarci margini di manovra nell’utilizzo del Recovery Fund, ma ad una condizione politica fondamentale: che a trattare sia Draghi, e non un governo targato Salvini. Ci si può indignare quanto si vuole, ma è un fatto di cui sarebbe sbagliato non tenere realisticamente conto. Salvini non avrebbe certo la forza di poter andare avanti e governare senza l’Europa.

Dall’altra parte, la soluzione di Letta è farraginosa e rischiosa: Cartabia è un candidato che non è mai piaciuto al Movimento 5 Stelle – il quale è ancora, in Parlamento, la principale forza politica. Ed è al contempo, credo, pericolosa: ad eleggere il nuovo Presidente della Repubblica sarebbe, infatti, un Parlamento completamente delegittimato, che non ha più alcun rapporto con la reale distribuzione delle forze politiche nel Paese. Un Parlamento che non “rispecchia” più la realtà, in cui a contare sono ancora gli eletti di un M5S che non esiste più, ed i renziani.

Un Capo dello Stato eletto in queste condizioni sarebbe un Presidente debole, eletto da un Parlamento che nel giro di un anno si troverebbe ad avere una composizione radicalmente diversa. Ancora una volta, la classe politica italiana dimostrerebbe, eleggendo Cartabia in queste circostanze, di aver perso completamente quel ruolo di “cerniera” fondamentale tra le istituzioni e i cittadini che è la ragione di esistere di ogni “sistema dei partiti”.

Esiste però una vita d’uscita, credo, percorribile col consenso, se non di tutti, di molti. E’ una lezione che abbiamo imparato non molti anni fa, quando io sostenni – preso allora in giro da tutti – che in quelle condizioni politiche solo la rielezione di Napolitano avrebbe potuto “salvare il sistema” e oggi si potrebbe dire che pur in condizioni mutate, la mossa migliore da fare resta la rielezione di Mattarella. Il quale – con Draghi confermato a capo del governo – potrebbe restare in carica fino alla naturale scadenza della legislatura, nel 2023, di modo, poi, da consentire al nuovo Parlamento, pienamente legittimato dal voto popolare, di eleggere il nuovo Capo dello Stato.

E allora il messaggio di ieri di Mattarella? Ma è evidente che ha lanciato un messaggio a tutte le forze politiche. Personalmente Matterella preferirebbe “andare in pensione” ma le cose cambierebbero, se ciò non dipendesse dalla sua personale iniziativa, ma dalla richiesta unanime delle forze politiche – esattamente come accadde per Napolitano, che si convinse dopo il «caldo appello a riconsiderare le ragioni da lui più volte indicate di indisponibilità a una ricandidatura», come si espresse lui stesso.

Mattarella è sincero nel non voler continuare in un secondo mandato – meno, probabilmente, lo era Napolitano all’epoca. Ma di fronte alle richieste di Draghi e dei partiti, difficilmente potrebbe rifiutarsi, salvo che per seri problemi di salute. E poi, si tratterebbe non di un ulteriore settennato, ma soltanto del tempo necessario a lasciar terminare la legislatura e consentire l’elezione di un nuovo Parlamento. Letta e Salvini possono ancora accordarsi, perché la cosa, in fondo, potrebbe convenire a entrambi: Mattarella ancora al Quirinale fino al 2023, e Draghi al governo. E poi, tra due anni, finalmente un nuovo Parlamento, un nuovo governo, un nuovo Capo dello Stato.

Il corto circuito della decretazione d’urgenza

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma, su Il Riformista il 30 Maggio 2021

Lunedì sera il Consiglio dei ministri ha varato un altro decreto-legge, in attesa di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, che prevede una nuova fase per le riaperture. Tra le misure contenute, l’inizio del coprifuoco passa dalle 22 alle 23, poi dal 7 giugno dalle 23 a mezzanotte e dal 21 giugno sarà completamente abolito. Dal 1° giugno si potrà mangiare di sera nei ristoranti e nei bar anche al chiuso. Sono decisioni significative e attese da tempo, nella logica di quel “rischio calcolato” di cui ha parlato Draghi. Ma vale la pena soffermarsi su un punto.
Il governo Draghi ci ha abituati all’uso dei decreti-legge, cioè atti aventi forza di legge da convertirsi in legge entro sessanta giorni, in discontinuità col suo predecessore Conte che invece ci aveva abituati ai dpcm, meri atti amministrativi. Un cambio di passo positivo che avevamo già evidenziato e che investe, seppur limitatamente alla fase di conversione, anche il Parlamento. Al momento come atti amministrativi del governo restano praticamente solo le ordinanze del Ministero della Salute, che tuttavia col nuovo esecutivo sono sempre di meno. Sin qui tutto bene.
Ma si è creato un nuovo problema di natura giuridica, non di poco conto. Degli ultimi decreti-legge emanati dal governo in materia emergenziale, al momento vedrà la conversione in legge entro la fine del corrente mese solo quello del 1° aprile 2021, il n. 44, sull’obbligo vaccinale per il personale medico-sanitario. Il secondo, il n. 52 del 22 aprile 2021, quello che prevede le prime riaperture e il problematico “certificato verde” per gli spostamenti tra Regioni (di cui abbiamo parlato ieri su questo giornale) , si trova alla Camera ma l’iter di conversione non è ancora entrato nel vivo. A breve arriverà in Parlamento anche l’ultimo decreto-legge, quello varato appunto lunedì sera, che sulle riaperture prevede disposizioni che sono in contrasto rispetto a quelle contenute nel decreto-legge n. 52/2021 che ancora deve iniziare l’iter di conversione.
Un bel grattacapo. Proviamo a metterci le mani. Tutti i decreti-legge sono immediatamente efficaci, sin dal giorno successivo alla loro pubblicazione, per poi perdere efficacia al posto delle loro leggi di conversione, ovvero qualora non fossero convertiti in legge dalle Camere entro sessanta giorni. Se il decreto-legge n. 52 del 22 aprile fosse convertito in legge prima di quello del 17 maggio (cosa probabile visti i tempi), avremmo una situazione paradossale: una legge di conversione di metàgiugno contenente le norme del 22 aprile che prevarrebbero – in forza del criterio generale lex posterior derogat priori – sulle norme del decreto-legge del 17 maggio in attesa di conversione (entro la metà di luglio). In pratica ci potremmo trovare dal 21 giugno col coprifuoco alle 22 nonostante un decreto-legge in attesa di conversione ne preveda la sua abrogazione.
Tutto ciò è la conseguenza della bulimia dei decreti-legge, un corto circuito della decretazione d’urgenza. Per questo il governo probabilmente correrà ai ripari con un collage da far accapponare la pelle. Draghi potrebbe infatti portare in Parlamento per la conversione in legge il decreto-legge del 17 maggio, facendovi rientrare con un maxi-emendamento le norme del decreto-legge n. 52 del 22 aprile limitatamente alle sole norme sul “certificato verde”, lasciando decadere (perdita di efficacia per mancata conversione entro sessanta giorni) le norme sulle riaperture in contrasto col decreto-legge di lunedì. Insomma, il Parlamento non ci capirà nulla e si troverà un mosaico composto da pezzi di due decreti con contenuto diverso da convertire in legge.
Un arlecchino della legislazione. E qui si apre un problema serio di natura costituzionale. La sentenza della Corte costituzionale n. 22 del 2012 ha infatti stabilito che “la semplice immissione di una disposizione nel corpo di un decreto-legge oggettivamente o teleologicamente unitario non vale a trasmettere, per ciò solo, alla stessa il carattere di urgenza proprio delle altre disposizioni, legate tra loro dalla comunanza di oggetto o di finalità. L’inserimento di norme eterogenee all’oggetto o alla finalità del decreto spezza l’indefettibile legame logico-giuridico tra il provvedimento legislativo urgente ed il caso che lo ha reso necessario”.
Siamo proprio sicuri che ci sia omogeneità e comunanza di oggetto/finalità tra le norme del decreto-legge del 22 aprile da far rientrare in fase di conversione nel decreto-legge del 17 maggio, visto che sulle riaperture il secondo sconfessa completamente il primo? Siamo proprio sicuri che ci sia omogeneità tra i due decreti visto che le norme sul “certificato verde” sono previste dal primo decreto e del tutto assenti nel secondo?
Draghi sarà anche un “drago” in economia, ma non gli farebbe male avere qualche consulente in diritto.

Obbligo vaccinale e sanzioni: il Parlamento si piega al Governo, entrambi non rispettano la Costituzione

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma, su la Zuppa di Porro il 16 Maggio 2021

Domenica nel pomeriggio a partire dalle 15 e 30 ci sarà a Genova (Piazza Matteotti) una manifestazione di cittadini per dire “NO alla Paura” e “No all’obbligo vaccinale” per il personale sanitario approvato dal Senato.

Con 144 sì, 25 no e 3 astenuti il Senato ha approvato giovedì il disegno di legge 2167 di conversione in legge del decreto-legge n. 44 del 1° aprile 2021, che prevede l’obbligo vaccinale per il personale medico-sanitario. L’aula di Palazzo Madama si è limitata ad approvare il ddl di mera conversione respingendo tutte le questioni di pregiudizialità e tutti gli emendamenti presentati in aula.

Come avevamo evidenziato in un nostro precedente articolo, per ciò che concerne l’emergenza da Covid-19 l’obbligo vaccinale in sé non è da considerarsi a priori in contrasto con l’art. 32 della Costituzione che riguarda la tutela della salute. La Costituzione lascia una porta aperta anche in questo senso quando parla dell’”interesse della collettività”. Ma il problema qui è che si tratta di vaccini che in realtà sono ancora sperimentali e non garantiscono al vaccinato di non essere contagioso. Ha senso in queste condizioni parlare di obbligo vaccinale? E perché non è stato neppure consultato il Garante per la protezione dei dati personali su un aspetto così sensibile come i dati della salute? Eppure il Garante – che il 23 aprile ha preso una posizione molto netta contro il “pass verde” previsto dal decreto-legge n. 52 del 22 aprile 2021 – sull’obbligo vaccinale per il personale medico-sanitario ha avvertito Parlamento e Governo che “il datore di lavoro non può chiedere ai propri dipendenti di fornire informazioni sul proprio stato vaccinale o copia di documenti che comprovino l’avvenuta vaccinazione anti Covid-19”. Sia l’esecutivo che le Camere hanno fatto finta di niente, eppure l’Italia è l’unico Paese della Ue in cui è previsto questo particolare tipo di obbligo.

Vi è di più. Gravi sono le conseguenze giuridiche previste dal decreto per chi si rifiutasse di sottoporsi a vaccinazione. Il primo comma dell’articolo 4 prevede infatti che “la vaccinazione costituisce requisito essenziale per l’esercizio della professione e per lo svolgimento delle prestazioni lavorative rese dai soggetti obbligati”. La sanzione prevista dal comma 6 dell’art. 4 per chi si rifiutasse di sottoporsi a vaccinazione, dopo rituale avviso, è quella della “sospensione dal diritto di svolgere prestazioni o mansioni che implicano contatti interpersonali”. Tuttavia il datore di lavoro, ossia la struttura sanitaria, ai sensi del comma 8 del medesimo articolo “adibisce il lavoratore, ove possibile, a mansioni, anche inferiori, con il trattamento corrispondente alle mansioni esercitate”, e comunque non al contatto col pubblico. Nel caso invece in cui l’assegnazione a mansioni differenti non fosse possibile, per il periodo di sospensione – che al momento è fissato non oltre il 31 dicembre 2021 – “non è dovuta la retribuzione, altro compenso o emolumento, comunque denominato”.

In pratica se il medico, l’infermiere o l’operatore socio-sanitario sono “fortunati” vengono demansionati nel ruolo e nella retribuzione, e anche qui ci sarebbe da discutere, altrimenti vengono sospesi dal lavoro fino a fine anno senza percepire alcuna retribuzione. Un bel problema di criticità costituzionale, visto che la Carta fonda la Repubblica sul lavoro (artt. 1 e 4) e “tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni” (art. 35), compresa la retribuzione (art. 36).
Sanitari quindi da una parte “costretti a pungersi”, “dando il loro consenso”, trasformandosi in una sorta di “servi volontari”, dall’altro però tutelati da uno “scudo penale” per le “punturine” che faranno agli altri. Perché introdurre una disposizione del genere se si avesse la certezza che i vaccini sono sicuri e non presentano controindicazioni, anche gravi? L’art. 3 del decreto-legge, per il personale medico-sanitario che somministra i vaccini, prevede – fatta eccezione per i casi di “colpa grave” – l’esclusione della punibilità per i reati di cui agli articoli 589 e 590 del codice penale (omicidio colposo e lesioni personali colpose) “quando l’uso del vaccino è conforme indicazioni contenute nel provvedimento di autorizzazione all’immissione in commercio emesso dalle competenti autorità”. Insomma, medici costretti a vaccinarsi, ma poi protetti da uno scudo penale, mentre i cittadini sottoposti a vaccinazione restano senza alcuna tutela, neppure risarcitoria.
Inoltre, per introdurre il trattamento vaccinale obbligatorio, si è scelta la strada del decreto-legge, ma a dire il vero non troviamo i “casi straordinari di necessità e di urgenza” di cui all’art. 77 della Costituzione. C’è, sì, la pandemia, così come c’è da un anno e mezzo lo stato di emergenza, ma la necessità e l’urgenza di adottare un decreto-legge per introdurre l’obbligo vaccinale per medici e sanitari francamente è incomprensibile. Serviva semmai una legge ordinaria, frutto di una seria discussione parlamentare e di diversi passaggi e modifiche, dovendosi tenere conto di tutte le posizioni e sensibilità esistenti nel Paese. La legge di conversione, invece, visti anche i tempi ristretti per la sua approvazione (60 giorni), altro non fa che trasformarsi in un mero atto di ratifica senza modifiche. Sui diritti fondamentali, dalla libertà alla salute, c’è stato un vero e proprio abuso sia dei dpcm che dei decreti-legge.

Un’occasione perduta. Si è detto finora che il Parlamento, per tutto il periodo emergenziale, aveva fatto la bella statuina, esautorato dal Governo in quella che è la sua funzione principale, fare le leggi. Ora capita l’occasione per modificare un decreto-legge importante come quello che prevede l’obbligo vaccinale, e invece di svolgere un ruolo attivo le Camere si limitano passivamente a ratificare senza modifiche le decisioni del Governo. A parte qualche voto contrario e qualche astenuto/assente, anche la Lega alla fine ha votato il ddl, esattamente come Forza Italia e i partiti di centrosinistra. Fratelli d’Italia e qualcuno del gruppo misto hanno invece votato contro. Imbarazzante l’atteggiamento del M5s, che della libertà di scelta vaccinale ne aveva fatta una sua bandiera di principio.
Il premier Draghi, a differenza della consuetudine avviata dal suo predecessore Conte, ha evitato di mettere la fiducia su un maxiemendamento del governo, lasciando che Palazzo Madama discutesse ed eventualmente modificasse il decreto-legge. Il Senato ha, sì, discusso, e parecchi sono stati gli emendamenti presentati, ma la maggioranza ha respinto tutte le proposte correttive approvando il ddl senza modifiche. Ora la parola passa a Montecitorio, che non farà altro che ratificare la decisione del Senato. E qui siamo di fronte al cosiddetto “monocameralismo di fatto” che esclude la dialettica tra le due Camere.
Siamo passati dai dpcm di Conte ai dl di Draghi, ma la sostanza non è cambiata. Anche il modo di operare di Conte attraverso decreti assorbiti da altri decreti, che aveva sollevato molti dubbi, viene ora nuovamente ripreso da Draghi. Il Parlamento sembra paralizzato. A questo punto se ne potrebbe fare anche a meno: se non è interpellato si lamenta, quando invece può svolgere le sue prerogative non fa altro che abdicare. Dunque il problema non è il Governo che vuole sostituirsi al Parlamento, ma il Parlamento che ha deciso di lasciare definitivamente le sue funzioni al Governo.

Obbligo vaccinale, il Senato approva

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma, su Libero il 14 Maggio 2021

Giovedì l’aula del Senato ha dato il via libera al disegno di legge 2167 di conversione in legge del decreto-legge n. 44 del 1° aprile 2021. Ora la palla passa alla Camera dei deputati. Stiamo parlando dell’obbligo vaccinale per il personale medico-sanitario, compresi i farmacisti, delle strutture pubbliche e private. Il Senato – con 144 sì, 25 no e 3 astenuti – si è limitato ad approvare il ddl di mera conversione respingendo tutte le questioni di pregiudizialità e tutti gli emendamenti presentati in aula.

Come avevamo evidenziato in un nostro precedente articolo su questo giornale, in questa precisa situazione l’obbligo vaccinale in sé non è da considerarsi a priori in contrasto con l’art. 32 della Costituzione. La Costituzione lascia una porta aperta anche in questo senso. Ma il problema qui è che si tratta di vaccini che in realtà sono ancora sperimentali e non garantiscono al vaccinato di non essere contagioso. Ha senso in queste condizioni parlare di obbligo vaccinale? E perché non è stato neppure consultato il Garante per la protezione dei dati personali, su un aspetto così sensibile come i dati della salute?

Ma vi è di più. Gravi sono le conseguenze giuridiche per chi si rifiutasse di sottoporsi a vaccinazione. Il primo comma dell’articolo 4 prevede infatti che “la vaccinazione costituisce requisito essenziale per l’esercizio della professione e per lo svolgimento delle prestazioni lavorative rese dai soggetti obbligati”. La sanzione prevista dal comma 6 dell’art. 4 per chi si rifiutasse di sottoporsi a vaccinazione, dopo rituale richiamo, è quella della “sospensione dal diritto di svolgere prestazioni o mansioni che implicano contatti interpersonali”. Tuttavia il datore di lavoro, ossia la struttura sanitaria, ai sensi del comma 8 del medesimo articolo “adibisce il lavoratore, ove possibile, a mansioni, anche inferiori, con il trattamento corrispondente alle mansioni esercitate”, e comunque non al contatto col pubblico. Nel caso invece in cui l’assegnazione a mansioni differenti non fosse possibile, per il periodo di sospensione – che al momento è fissato non oltre il 31 dicembre 2021 – “non è dovuta la retribuzione, altro compenso o emolumento, comunque denominato”.

In pratica se il medico, l’infermiere o l’operatore socio-sanitario sono “fortunati” vengono demansionati nel ruolo e nella retribuzione, e anche qui ci sarebbe da discutere, altrimenti vengono sospesi dal lavoro fino a fine anno senza percepire alcuna retribuzione. Un bel problema di criticità costituzionale, visto che la Carta fonda la Repubblica sul lavoro (artt. 1 e 4) e “tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni” (art. 35), compresa la retribuzione (art. 36).
Il ddl di conversione in legge avrebbe dovuto correggere queste storture, levigando quantomeno le sanzioni, e invece il Senato non ha modificato neppure una virgola il decreto del Governo, limitandosi ad approvare il ddl come segue: “È convertito in legge il decreto-legge 1° aprile 2021, n. 44, recante misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da COVID-19, in materia di vaccinazioni anti SARS-CoV-2, di giustizia e di concorsi pubblici”. Il premier Draghi, a differenza del suo predecessore Conte, ha evitato di mettere la fiducia su un maxiemendamento del governo, lasciando che Palazzo Madama discutesse ed eventualmente modificasse il decreto-legge. Il Senato ha, sì, discusso, e parecchi sono stati gli emendamenti presentati, ma la maggioranza ha respinto tutte le proposte correttive approvando il ddl senza modifiche. Ora la parola passa a Montecitorio, che non farà altro che ratificare la decisione del Senato. E qui siamo di fronte al cosiddetto “monocameralismo di fatto” che esclude la dialettica tra le due Camere.
Un’occasione perduta. Si è detto finora che il Parlamento, per tutto il periodo emergenziale, aveva fatto la bella statuina, esautorato dal Governo in quella che è la sua funzione principale, fare le leggi. Ora capita l’occasione per modificare un decreto-legge importante come quello che prevede l’obbligo vaccinale, e invece di svolgere un ruolo attivo le Camere si limitano passivamente a ratificare senza modifiche le decisioni del Governo. A parte qualche voto contrario e qualche astenuto/assente, anche la Lega alla fine ha votato il ddl, esattamente come Forza Italia e i partiti di centrosinistra. Fratelli d’Italia e qualcuno del gruppo misto hanno invece votato contro.
Siamo passati dai dpcm di Conte ai dl di Draghi, ma la sostanza non è cambiata. Anche il modo di operare di Conte attraverso decreti assorbiti da altri decreti, che aveva sollevato molti dubbi, viene ora nuovamente ripreso da Draghi. il Parlamento sembra paralizzato. A questo punto se ne potrebbe fare anche a meno: se non è interpellato si lamenta, quando invece può svolgere le sue prerogative non fa altro che abdicare.

Vilipendio del PdR, una disposizione penale da abrogare

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma, su la Zuppa di Porro

La Procura di Roma ha avviato una indagine per “offesa all’onore o al prestigio del Presidente della Repubblica” nei confronti di undici persone, che ieri mattina ha, tra l’altro, portato all’esecuzione di un decreto di perquisizione con sequestro di computer e smartphone delle persone sottoposte ad indagine. L’inchiesta verte su fatti accaduti dall’aprile 2020 al febbraio 2021, in particolare a quanto sembrerebbe sulla piattaforma social russa VKontakte, simile a Facebook.
L’inchiesta si inserisce in una situazione inquietante: non bastavano limitazioni di ogni genere alle libertà individuali dovute all’emergenza sanitaria, occorreva anche intervenire sulla libertà di pensiero. E lo si è fatto “riabilitando” l’art. 278 del codice penale, che sta all’origine della indagine in corso. L’articolo recita: “Chiunque offende l’onore o il prestigio del Presidente della Repubblica è punito con la reclusione da uno a cinque anni”. Il reato fu introdotto nel codice fascista del 1930, il cosiddetto “codice Rocco” ancora oggi in vigore, nei confronti della persona del Re. L’articolo fu poi modificato a seguito del mutamento della forma di stato da monarchica a repubblicana con l’art. 2 della legge n. 1317 dell’11 novembre 1947, che sostituì il Re col Presidente della Repubblica. Nel 1944 furono abrogati l’art. 281 c.p. (“offesa alla libertà del capo del governo”) e l’art. 282 c.p. (“offesa all’onore del capo del governo”), mentre è rimasta in vigore la fattispecie criminosa del vilipendio nei confronti del Capo dello Stato.
Sin dai primi anni della Repubblica l’art. 278 c.p. destò non poche perplessità. Con l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana viene infatti tutelata la libera espressione e manifestazione del pensiero, con la stampa o con ogni altro mezzo di diffusione (art. 21). Non sorprende che nel corso della Prima Repubblica non esistano casi eclatanti di procure che abbiano indagato cittadini, noti o meno noti, per vilipendio nei confronti del Capo dello Stato. Nemmeno nel 1978, quando Camilla Cederna scrisse il libro “Giovanni Leone: la carriera di un Presidente” che portò Leone a rassegnare le dimissioni per lo scandalo Lockheed: Francesco Paolo Bonifacio, ministro della giustizia del quarto governo Andreotti, si rifiutò infatti di firmare la necessaria autorizzazione a procedere di cui all’art. 313 c.p. contro la giornalista per vilipendio al Capo dello Stato. Furono i figli del Presidente a querelarla. La Cederna perse in tutti i gradi di giudizio, ma non per vilipendio nei confronti del Capo dello Stato bensì per diffamazione. E che dire di quella volta che nel 1964 Giuseppe Saragat minacciò di persona il Presidente Antonio Segni sul caso De Lorenzo? «Basta con queste prepotenze. So tutto del 14 luglio. C’è abbastanza per mandarti dinanzi all’Alta Corte!». Qualcuno affermò che Saragat tentò persino di mettergli le mani addosso, ma forse è leggenda. Fatto sta che nessuno fu accusato di vilipendio e Antonio Segni si dimise nel dicembre di quello stesso anno.
Quando la politica era “forte” e rispettata le procure inseguivano i criminali, non chi criticava – anche aspramente – il Capo dello Stato.
Ai giorni nostri, con la politica “debole” e in parte contigua ad una fazione della magistratura politicizzata, molti sono i cittadini che si sono visti sottoporre ad indagine per vilipendio nei confronti del Presidente della Repubblica. Ultimamente, per i fatti del maggio 2018 in merito al veto che il Presidente Mattarella mise su Paolo Savona quale ministro dell’economia indicato da Salvini e Di Maio, la Procura di Palermo ha aperto un fascicolo contro 39 persone, alle quali si aggiungono 9 indagati per gli stessi fatti da parte della Procura di Roma, più gli 11 di ieri (sempre Procura di Roma) per fatti successivi. Negli anni passati – tanto per citare un esempio – è finito sotto processo Francesco Storace, all’epoca dei fatti senatore della Repubblica, per aver dato dell’“indegno” a Giorgio Napolitano, ma fu assolto in grado di appello. Insomma, dal 1992 in avanti abbiamo sempre avuto Presidenti della Repubblica espressione del centrosinistra e dunque la magistratura amica li ha difesi da ogni critica con la leva penale del vilipendio. Contro le critiche aspre e talvolta molto forti che Achille Occhetto (segretario del Pci-Pds) rivolse nei confronti del Presidente Cossiga la magistratura invece non alzò un dito.
Fatto sta che la magistratura è tanto solerte contro chi scrive sui social per criticare Mattarella quanto assente, se non addirittura nascosta, nei confronti del Ministro della Salute Roberto Speranza per le plurime responsabilità che questo ha avuto dal febbraio 2020 ad oggi durante l’emergenza Covid. Le vicende sono note, ci sono già alcune denunce/querele e fiumi di inchiostro, tra cui anche diversi nostri articoli. Evidentemente l’obbligatorietà dell’azione penale non vale per Speranza. Nei confronti di coloro che scrivono contro Mattarella gli inquirenti hanno dovuto addirittura indagare per mesi, individuando commenti nascosti sui social che si presumono offensivi, mentre sui fatti inerenti la gestione della pandemia, in gran parte sotto gli occhi di tutti, nessuno si muove. Se sussiste vilipendio nei confronti del Capo dello Stato per qualche commento sopra le righe sui social, non dovrebbe sussistere anche il reato di “vilipendio di cadavere” ( 410 c.p.) e “distruzione, soppressione o sottrazione di cadavere” (art. 411 c.p.) nel caso delle cremazioni avvenute in marzo e aprile 2020? Chi ha ordinato/raccomandato le cremazioni? Chi ha ordinato/raccomandato di non fare autopsie sui cadaveri? Perché la magistratura spende soldi e tempo per inseguire qualche commento contro il Capo dello Stato e non indaga invece Speranza per le negligenze nella Fase1 della pandemia?
Il problema è sempre lo stesso: la debolezza della politica. Che aspetta il Parlamento ad abrogare una norma fascista ed oggi anacronistica? L’iniziativa la prendano i parlamentari di centrodestra (ne basterebbe uno solo) e presentino in una delle due Camere una proposta di legge che abroghi l’art. 278 del codice penale. E la sinistra, che tutti i giorni si sciacqua ipocritamente la bocca con la “lotta al fascismo”, collabori a cancellare una volta per tutte una norma fascista.

ALCUNI FATTI CHE NON APPAIONO SUI GRANDI MEDIA

di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi, su AffariItaliani il 13 Maggio 2021

Il compito della stampa e dei media in generale dovrebbe essere quello di informare l’opinione pubblica senza barriere e censure sui fatti rilevanti che stanno accadendo. Le vicende che ruotano intorno al virus, cioè in sostanza le politiche di lockdown e vaccinazione, sono oggi al centro dell’attenzione e dovrebbe essere possibile riportare tutti i fatti rilevanti e consentire che ognuno ne discuta, civilmente, traendone anche conclusioni diverse.

Esistono alcuni fatti documentabili che non vengono riportati in televisione e sui principali notiziari. Vediamoli qui in una rapida rassegna.

i) La vaccinazione di massa della maggioranza della popolazione in Israele, UK, USA e Dubai ha ridotto – è vero – in modo drastico i casi e i morti Covid, ma solo dopo due mesi, prima ha coinciso con un aumento di mortalità, del tutto evidente in Israele, dove quando è iniziata la vaccinazione (a Natale) il totale cumulativo dei morti Covid era solo di 3 mila su 9 milioni e mezzo di abitanti e oggi è di 6,400 e questo perché in gennaio e febbraio i morti Covid sono aumentati prima di iniziare a diminuire in marzo e aprile.

ii) In altri paesi più piccoli che hanno vaccinato in massa la maggioranza della popolazione come Cile, Ungheria e altri paesi dell’Est Europa e Seychelles, forse perché hanno usato anche vaccini come Sinovac cinese, la mortalità Covid è addirittura aumentata. Il caso delle Seychelles riportato con evidenza anche da Bloomberg, https://www.bloomberg.com/news/articles/2021-05-04/world-s-most-vaccinated-nation-reintroduces-curbs-as-cases-surge è emblematico perché un’ isola di 100mila abitanti chiusa al mondo da mesi e dove hanno vaccinato tutti per attirare i turisti ora è contagiata. Prima della vaccinazione (con Sinovac e AstraZeneca), come chiunque può controllare non si verificavano casi e decessi Covid.

iii) Istat pubblica aggiornamenti sulla mortalità in Italia e mostra che il numero totale di decessi per tutte le cause, è tornato ad aumentare in marzo, quasi 8mila morti più della media storica pre-Covid e in percentuale un +14%. In gennaio e febbraio invece la mortalità totale, per tutte le cause, era tornata quasi normale, solo 1,100 decessi in più, che su 125mila decessi di media nel bimestre era solo un +0,9%. Questo peggioramento nell’ultimo mese, per il quale si hanno dati Istat completi dei morti totali non viene discusso perché si continua a parlare solo della “curva” e dei “casi” che però sono persone positive al tampone che nel 90% dei casi non sono malati e nel 99% non muoiono. I morti in totale in Italia alla fine invece sono l’unico dato certo e che conta. Il fatto che secondo Istat nell’ultimo mese considerato il totale dei morti (per tutte le cause) sia molto peggiorato non viene discusso.

iv) In USA il sistema VAERS che esiste da decenni per riportare tutti i casi di “reazione avversa ai vaccini” (nelle due settimane successive alla vaccinazione) mostra ora 3,700 morti, 2,700 casi di disabilità permanente e 3,274 casi di “life threatening events” cioè persone ricoverate al pronto soccorso in pericolo di vita. Con gli altri vaccini per bambini e con i vaccini antinfluenzali i casi di morti, disabili e ricoveri in emergenza susseguenti al vaccino sono piuttosto rari, parliamo di poche decine. Con i vaccini Covid siamo già ora complessivamente a circa 10mila persone tra decessi, rischio vita e disabilità permanenti. Il sistema di monitoraggio europeo mostra un numero quasi uguale di morti susseguenti alla vaccinazione

v) Mentre nel caso dei morti Covid l’età media è di 81 anni in Italia o UK e di 77 anni in America, nel caso dei morti susseguenti alla vaccinazione l’età media è molto più bassa e si riportano nelle cronache casi anche di trentenni, ventenni e persino di ragazzi di 15 anni. In termini statistici di “anni di vita persi” è molto diverso vedere morire un ragazzo oppure un ultraottantenne.

vi) In quasi metà degli Stati USA, quelli governati dai Repubblicani, in particolare Florida, Texas e Missouri per fare esempi di Stati con popolazione pari a Francia e Italia messe assieme si è riaperto da inizio marzo tutto, anche gli stadi a capienza normale e si sono eliminate le mascherine. In alcuni stati piccoli, come South Dakota e Idaho, non si è mai imposto praticamente nessuna restrizione. Tutti i dati di morti, morti Covid e anche contagi non indicano nessuna differenza in peggio con gli Stati come California, New York, Massachusetts invece governati dai Democratici dove si è imposto un lockdown “all’italiana”.

vii) Il CDC americano, l’autorità USA sanitaria, ha rivisto le linee guida per effettuare i tamponi indicando sul suo sito che tamponi sopra 28 o 30 cicli non sono affidabili per indicare da soli un contagio e riportano “falsi positivi”. Come noto in Italia non è indicato il numero di cicli che si utilizzano, ma si suppone che si vada oltre i 40 cicli. Questi sono fatti documentati, che chiunque può verificare tramite il sito dell’Istat, il sito del sistema USA VAERS, nel caso delle Seychelles con una semplice ricerca Google e i vari siti che riportano i morti e i casi. Noi non offriamo qui una interpretazione, ci limitiamo ad evidenziarli, sottolineando che ci sembra sbagliato che non costituiscano oggetto di dibattito pubblico.

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