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Paolo Becchi

Dal consenso informato al consenso obbligato? Una riflessione sul senso della medicina e sull’obbligo vaccinale di massa

di Paolo Becchi su dirittifondamentali.it, il 3 dicembre 2022

Si riporta parte della tesi, scaricabile gratuitamente nel documento pdf allegato.

Premessa. Uno degli argomenti più importanti della bioetica è sicuramente quello del consenso informato , che è strettamente connesso al ruolo del medico nel suo rapporto col paziente . Il dibattito su questo tema è stato caratterizzato dal conflitto tra il valore conferito all’autonomia del paziente e il valore conferito a un presunto dovere di beneficenza, che porterebbe il medico a perseguire in ogni caso l’imperativo della cura, nonché dal conflitto tra le prospettive valoriali, non sempre necessariamente concordanti, del medico e del paziente . Non interessa in questo contributo discutere i diversi modelli che si possono trovare in letteratura, oggi è comunque piuttosto difficile trovare teorie bioetiche che mettano in discussione quella che è stata una grande conquista nella relazione terapeutica, e cioè il fatto che il paziente viene posto al centro di tale relazione: il paziente non è più oggetto di cure, ma soggetto che deve essere rispettato nella sua dignità.

Energia e inflazione, lo strano caso italiano

di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi su nicolaporro.it il 1° dicembre 2022

Per chi vive nelle grandi città, per le fasce di reddito basse in cui incide di più energia e alimentari, l’inflazione è ora sopra il 15%.

Dato che il governo non ha compensato con sussidi e i sindacati non chiedono aumenti salariali come in altri paesi, la variazione dei redditi da lavoro dipendente è intorno all’1% in Italia, per cui nelle fasce di reddito basse c’è un taglio di reddito intorno al 15%. L’inflazione Istat è in ogni caso in Italia al 12%.

Allo stesso tempo in Spagna, ad esempio, l’inflazione è sotto il 7% e così in Francia. In Germania e Gran Bretagna è alta quasi come in Italia, intorno all’11%, ma i sindacati chiedono aumenti salariali tra il 5 e l’8%. Ad esempio, in Gran Bretagna le infermiere vanno ora in sciopero chiedendo aumenti maggiori del 4% offerto dal governo, i metalmeccanici tedeschi stanno contrattando per un 8%. Unicredit in Germania ha distribuito (grazie a sconti fiscali del governo) circa 2mila euro per dipendente.

Negli altri paesi i governi hanno applicato prezzi amministrati dell’energia elettrica e gas in molti casi, una prova è il fatto che Uniper, che distribuisce il gas in Germania, è stato salvato dal governo con prima 40 miliardi e ora sembra altri 20 miliardi, perché appunto gli si imponeva limiti agli aumenti di tariffe. In Spagna, come noto, l’elettricità costa la metà da mesi perché il governo è intervenuto imponendo prezzi amministrati che tengano conto dei diversi costi di produzione tra gas, solare, vento, carbone e nucleare. In Francia Edf che è come l’Enel da noi viene nazionalizzata e gli interventi statali sul mercato sono stati pesanti, con il risultato che l’inflazione in quel paese è la metà della media europea.

In pratica, l’Italia in Europa è l’unico paese in cui si lascia il cosiddetto “mercato” dell’energia (che è in realtà manipolato e non concorrenziale) libero di strangolare famiglie e imprese e in più non si usa neppure il bilancio pubblico per compensare. Fino a quando potrà durare questa situazione?

L’obbligo del vaccino. L’attesa sentenza della Corte

di Paolo Becchi

Salvo sorprese oggi la Corte costituzionale si pronuncerà sull’obbligo vaccinale. Il compito in realtà sarebbe abbastanza semplice, ma come dirò nella conclusione la Consulta forse aprirà un pericoloso varco verso l’ignoto. Partiamo da ciò che è noto.

La sentenza numero 258/ 94 della Corte non esclude la vaccinazione obbligatoria ma la subordina a tre condizioni: 1)  che il trattamento sia  diretto non solo a migliorare e  a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato ma anche a preservare lo stato di salute degli altri;  2) che  vi sia la previsione che esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che vi è assoggettato,  salvo che per quelle sole conseguenze che per la loro temporaneità e scarsa entità, appaiono normali di ogni intervento sanitario e pertanto tollerabili; 3) che  nel caso di reazioni avverse rilevanti sia prevista una equa indennità in favore del danneggiato.

Trascuriamo questo ultimo punto: il risarcimento è previsto, ma provare la “correlazione” sarà sempre una impresa per il danneggiato. La prima delle condizioni indicate è quello di preservare lo stato di salute degli altri. È il cosiddetto argomento “solidaristico”. Dal momento che il vaccino non impedisce la trasmissione del virus questa motivazione viene a cadere. Anche il secondo punto cade, perché è provato che questo vaccino provoca danni molteplici e di non lieve entità in non pochi vaccinati, e a nessuno si può chiedere di sacrificare la propria salute per un interesse superiore.

Il compito della Corte sembrerebbe facile, ma credo che alla fine la Consulta dimenticherà di essere organo di garanzia e troverà il modo per giustificare la decisione politica dell’obbligo, con la motivazione dello stato di emergenza: si trattava di impedire il collasso degli ospedali e milioni di morti. I morti ci sono stati (non in milioni) e peraltro continuano ad esserci. Che facciamo, introduciamo l’obbligo di 3 dosi all’anno per alleggerire gli ospedali, che peraltro da tempo non funzionano? Una sentenza che legittimi l’obbligo apre scenari inquietanti. Arriverà la Corte sino ad ammettere anche la sospensione dalla retribuzione per i non vaccinati soggetti all’obbligo? In questo caso la Corte perderebbe la faccia, considerata la centralità che il lavoro riveste nella Costituzione.  

Ischia, Paolo Becchi: “Sveglia Salvini,non abdicare a Giorgettio sarai schiacciato fra Meloni e Conte”

intervista a Paolo Becchi su mowmag.com il 28 novembre 2022

Il filosofo Paolo Becchi parte dal disastro di Ischia (“nessun governo risolve mai le cause delle emergenze”) per analizzare la situazione politica: Giorgia Meloni ha fatto “una manovretta”, il Pd “sparirà”, mentre il M5S di Giuseppe Conte “ha capito che il Sud è il suo bacino di consensi e di qui alle elezioni europee del 2024, proprio grazie all’abolizione del reddito di cittadinanza, potrebbe diventare la nuova sinistra socialista”. Ma è a Matteo Salvini che lancia un appello: “Datti una svegliata, specialmente in economia, perché Giorgetti sta continuando la linea Draghi. Borghi e Bagnai attivissimi su Twitter, ma dove sono le proposte?”

Paolo Becchi non ha mai voluto scendere direttamente in politica, preferendo il ruolo di “ideologo”. Dapprima con il Movimento 5 Stelle prima maniera, targato Casaleggio Sr. Poi con la Lega, quella sovranista, e non più nordista, di Matteo Salvini. Adesso il filosofo genovese, deluso dal fallimento del governo gialloverde del 2018, constata con desolazione lo stato di confusione e incertezza dell’“ondivago” leader della Lega, elettoralmente crollata alle ultime elezioni. E dall’altro lato, registra invece le grandi potenzialità del M5S di Giuseppe Conte, seppur con un’identità molto differente da quella originaria, che non era né di destra né di sinistra.  

Professor Becchi, dopo il disastro di Ischia si attacca Giuseppe Conte per il condono edilizio firmato all’epoca del governo grillo-leghista, infilato nel cosiddetto “decreto Genova”.  Lui nega che lo fosse. Già allora scricchiolava l’immagine di un M5S “fedele alla linea”.

Ieri il governo ha decretato lo stato d’emergenza per Ischia, e ne avevamo già uno per la guerra in Ucraina. Ormai i governi non governano, si limitano ad amministrare emergenze. Da una passano all’altra, a volte in contemporanea, come adesso. Non è che le emergenze non esistano, intendiamoci. Quel che voglio dire è che i governi non le risolvono, lasciano che esplodano e non affrontano i problemi che stanno alla base. Così abbiamo avuto l’ultimo condono su Ischia. Fra un anno o due, ovviamente sperando di no, succederà la stessa cosa. Il tema della messa in sicurezza del territorio, del dissesto idrogeologico e del divieto di costruzioni non sarà gestito, perché si arriverà solo a gestire la prossima emergenza. Si procede così.

Quindi secondo lei nemmeno il governo Meloni sarà all’altezza del problemi di fondo?

Ripeto, non c’è governo che governi, ormai. Fra qualche anno, diremo che la colpa sarà stata della Meloni. Nel caso di specie, è inutile che Conte dica che non è stato un condono, perché il condono c’è stato, risulta agli atti. Avrebbe potuto dire, piuttosto, che lui era il Presidente del Consiglio e che tutti sappiamo che per un certo periodo di tempo non poteva essere che il notaio di decisioni che erano state prese precedentemente da altri. Anzi, avrebbe potuto fare tranquillamente lo scaricabarile, perché la responsabilità di quella decisione è chiaramente di Luigi Di Maio, che aveva interesse in quelle zone.

Nel governo gialloverde c’era anche Salvini, però.

Chi aveva il polso della situazione e aveva insediato allora il capo del governo era il M5S, la Lega era in minoranza. La cosa intelligente che dovrebbe fare la Meloni ora è almeno porre un freno al disastro idrogeologico che, diciamolo francamente, non è solo a Ischia, ma in tutto il Paese. Invece, la polemica odierna è stata su Salvini che ha detto che c’erano 8 morti, quando all’inizio ne risultavano uno o due.

Salvini che è stato smentito dal ministro dell’Interno, Piantedosi. Uno scivolone mediatico dovuto a incontinenza verbale?

Pare purtroppo che i morti saranno di più. Sarà stato uno scivolone, ma soffermarsi su questo è veramente di basso livello. In ogni caso, Salvini ha approvato anche il reddito di cittadinanza, se vogliamo ricordare tutto. Ma l’errore fondamentale di quel governo, che per me è stato il più innovativo della storia della Repubblica, è che non c’è stata una vera integrazione fra le due forze. C’è stato solo uno scambio: tu mi dai i Decreti Sicurezza, e io in cambio ottengo il reddito di cittadinanza. Questo ha portato al fallimento dell’esperienza gialloverde.

E ora abbiamo una Lega che è tornato, nei fatti, una Lega del Nord, e un M5S che è, quanto a bacino di consensi, una Lega del Sud. Che ne pensa?

Sì, è anche la mia analisi. Abbiamo sostanzialmente due Leghe. Una che aveva un progetto nazionale sovranista, ahimè fallito, perché a mio avviso la Lega manca di riflessione interna. Ma oggi cosa fa, torna semplicemente nelle riserve indiane del Nord? Il Movimento 5 Stelle ha capito invece che il campo da coltivare è il Sud e su questa direzione continuerà ad operare. È una Lega del Sud, e non dimentichiamoci che il Sud e le isole sono componenti fondamentali del Paese. Forse dovrebbe addirittura cambiare nome, perché il M5S attuale non ha più niente a che fare con quello delle origini. Con l’uscita di Alessandro Di Battista da una parte e con la fuoruscita di Di Maio dall’altra, oggi il Movimento, che si basava fondamentalmente su queste due figure oltre che su Casaleggio padre come ideologo, è qualcosa di diverso. Conte stesso non è grillino. A questo punto il cambiamento dovrebbe essere quello di diventare il nuovo partito della sinistra, facendo esattamente a rovescio il tentativo che aveva Salvini dal Nord, cioè trasformarsi in un partito non solo del Sud, ma nazionale, e con un programma di sinistra.

Pare sia così, in effetti. Ma a sinistra, almeno come collocazione, non c’è il Pd?

Mi pare evidente che il Pd ha esaurito la sua funzione. Chi diventerà il nuovo segretario, è abbastanza irrilevante. Il M5S potrebbe sicuramente sostituirlo, partendo dal notevole bacino di voti meridionali.   

E con un governo Meloni che abolisce il reddito di cittadinanza, non farà che dare carburante a Conte.

Sa, se nel 2024 l’abolizione dovesse prevedere meccanismi di sostituzione, riuscendo a dare lavoro con paghe da 2 mila euro, allora sarà un successo gigantesco per la Meloni. Ma siccome non credo che questo accadrà, il M5S potrà battere sul tema del lavoro, che è il più importante per una forza di sinistra, facendo gli interessi di quelli che un tempo si chiamavano lavoratori, di chi vive il disagio sociale e di chi è oppresso. Un movimento di chiara ispirazione socialista. O almeno, ecco, un movimento sociale. Mentre il Pd continuerà a richiamarsi invece ai diritti civili e Lgbt, in un periodo in cui c’è bisogno di sociale, piano piano sparirà. Non vinci le elezioni su queste tematiche.

Secondo lei il M5S può diventare davvero il partito egemone a sinistra?

Bisogna dare atto a Conte, in una situazione molto difficile, di aver ottenuto un buon risultato. Bisognerà vedere quale consistenza avrà il M5S nel prossimo vero confronto, nel 2024, quando si voterà con il proporzionale alle elezioni europee. Tutto dipenderà da cosa riuscirà a fare il governo Meloni nel 2023 e da quanto Conte riuscirà ad egemonizzare la sinistra.

2024, europee: Armageddon tra Fratelli d’Italia e M5S, con la Lega e il Pd in ruoli marginali rispettivamente a destra e a sinistra?

Sì, il prossimo scontro potrebbe essere fra Fratelli d’Italia e M5S, con la Lega e il Pd a svolgere un ruolo che mi pare ormai ancillare. Per quanto riguarda la Lega, nello specifico, mi domando cosa farà Salvini. Abbandona il progetto di una Lega nazionale, con il quale era passato dal 4% al 30%? Si rinserra al Nord? Non ho capito cosa ha in testa. Il problema è: lo ha capito lui, cosa ha in testa? Conte ha individuato il suo percorso. E lo ha individuato bene, perché il problema dei prossimi anni sarà la carestia.

La carestia?

La carestia c’è in Ucraina ora, ma se continua così l’avremo anche noi. Con una manovretta come quella fatta dalla Meloni, non so… Da una parte avremo la stagnazione e dall’altra l’inflazione.

Stagflazione.

Esatto. Il mix più letale. Purtroppo ci sono tutte le premesse per andare in questa direzione.

Ma così, mentre il M5S può crescere, la Lega pare prendere una china autodistruttiva.

Salvini non ha saputo gestire il successo enorme che ha conquistato negli anni. Ora la situazione è cambiata, non può pensare di continuare a parlare di barconi e barchette. Dovrebbe trovare un altro cavallo di battaglia, sostituendo la propria visione. A livello economico, il governo Meloni produce quello che fa il ministro Giorgetti, che è della Lega. Salvini potrebbe proporre strumenti intelligenti, come ad esempio recuperare per altri ambiti l’idea, che era in sé buonissima, dei crediti trasferibili con il bonus, mettendo così in circolo, di fatto, una moneta fiscale. Il bonus era stato accettato dall’Europa, perché ora dovrebbe bocciarlo? Invece hanno cominciato a ridurlo. Questo perché la Meloni fin dall’inizio era contraria. Ok, ma la Lega avrebbe potuto battersi per una politica più espansiva. Oppure: adesso si vuole puntare sui Btp all’8%. Va bene. Ma abbiamo risolto i problemi dell’Italia, con i Btp? E se l’anno prossimo vanno al 2%? Intendo dire, la Lega dovrebbe essere più propositiva. Non puoi cavartela dicendo che sei in minoranza, nella coalizione. Gli economisti della Lega perché non propongono alternative? Perché non propongono i conti di risparmio controllati direttamente dal Tesoro?

Si riferisce a Borghi e Bagnai, non più alla ribalta da un pezzo, essendo no-euro.

Macchè, vada a vedere: sono gli astri di Twitter. La battaglia contro l’euro è morta e sepolta. Io non sono un economista, ma non vedo per quale ragione la Lega, avendo come ministro dell’economia Giorgetti, non possa fare proposte diverse, anziché lasciare che Giorgetti, persona preparatissima e che lavora 24 ore su 24, faccia una politica che non si distingue da quella di Draghi, anzi. A lui dalla Lega non arriva nessuno stimolo.

E intanto Luca Zaia si scalda a bordo campo, alimentando l’autoritratto di leader moderato, attento ai diritti civili, di centro puro.

Ma si scalda per fare cosa? Sì, c’è il rischio che la vecchia Lega si ribelli, imputando a Salvini il fallimento e intimandogli il cambio della guardia. Però, bisogna dire che non hanno un nuovo Bossi, perché Luca Zaia non ha il profilo da leader nazionale, fuori dal Veneto non funziona. Non me lo vedo proprio. Insomma, secondo me Salvini dovrebbe darsi una svegliata. Sa come diciamo a Genova? Adésciti! E svegliati, Salvini!

I 7 errori di Meloni in economia

di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi su nicolaporro.it il 28 novembre 2022

Meloni ha sostituito Draghi perché alle elezioni gli italiani hanno votato di più l’unico partito che era all’opposizione, Fratelli d’Italia. Si aspettavano – crediamo – anche scelte diverse in campo economico, rispetto al precedente governo. In economia invece il nuovo governo – stando alle ultime notizie – taglia deficit, superbonus e reddito di cittadinanza, e per le bollette mette a disposizione un terzo di quello che il governo dà in Francia e Germania e pensa solo a come va il Btp, cioè a compiacere il mercato finanziario.

Più precisamente:

1. limita il superbonus per ristrutturazioni ed efficienza energetica (cosa che Draghi diceva di voler fare, ma in realtà poi ha lasciato andare avanti perché gli ha fatto aumentare il Pil dell’1,3%);

2. riduce il deficit che era intorno al 5,5% nel 2022 al 3,6% nel 2023 e stanzia solo 9,5 mld + 21 miliardi nel 2023 per le bollette;

3. toglie il reddito di cittadinanza tra sei mesi a circa 60mila persone;

4. aumenta di fatto il cuneo fiscale per i dipendenti con un costo di circa 1 miliardo per loro;

5. defiscalizza 2mila euro e rotti di benefits, lasciando la responsabilità alle aziende di trasferire il beneficio ai dipendenti;

6. offre un Btp che paga il 9% di rendimento (quelli attuali danno un 3,9% per un decennale);

7. aumenta (forse) le pensioni del 7% per l’inflazione.

In pratica il governo lascia che i lavoratori e le imprese vengano colpiti dall’inflazione, ora al 12%, la più alta o quasi del mondo, fa austerità e privilegia la rendita, finanziaria (e forse pensionistica). Perché chi ha soldi riceve il 9% sui Btp per compensare l’inflazione a chi lavora? A chi è in pensione (forse) viene rivalutata di un 7%, ma ai lavoratori quasi niente, anzi perdono persino qualcosa sul cuneo?

Per le fasce medio basse di reddito l’inflazione, che è tutta sull’energia e alimentari oltre che costi di ristrutturazione e edilizia, è in realtà già sul 20%. In America e nel Nord Europa si vedono aumenti salariali consistenti e si stanziano 200 miliardi per le bollette in Germania e 100 miliardi circa in Francia e si nazionalizza e regolamenta il mercato “libero” dell’energia.

In Italia si limita il Superbonus, che ha creato circa 60 miliardi di Pil nell’edilizia (anche se disegnato male, con il “bonus facciate” ad esempio), si elimina in larga parte entro sei mesi il reddito di cittadinanza. E non lo si sostituisce con altre misure di stimolo economico. Superbonus e reddito di cittadinanza sono senza dubbio criticabili, ma il primo ha creato un boom nell’edilizia dopo 13 anni di depressione del settore e il secondo ha sostenuto il reddito di fasce povere nel Mezzogiorno. È meglio che geometri, muratori, ingegneri edili e tecnici lavorino o che chi ha soldi riceva il 9% sui BTP indicizzati? È meglio sostenere le imprese come fanno in Germania o Francia, di fronte all’esplosione del costo di gas e elettricità, o lasciarle chiudere o ridurre l’attività?

Se questa politica di austerità a favore della rendita (del mercato finanziario in sostanza) l’avesse fatta Monti e Draghi con il Pd si comprenderebbe il perché. Ma Meloni è passata dal 4% di otto anni al 28% di oggi proprio perché i governi targati Pd e con tecnici che vengono da Bankitalia o Bce hanno stancato la maggioranza degli italiani.

L’inflazione è al 12%, e per energia e alimentari è oltre il 20%, per cui il tenore di vita dei lavoratori, che non hanno in Italia nessun aumento salariale né taglio del cuneo fiscale (anzi ora un piccolo aumento!), viene falcidiato. L’aumento di inflazione va a beneficio di produttori esteri e anche di alcuni settori di imprese italiane. Nell’insieme però come conseguenza ci sarà un calo di spesa generale e quindi recessione. Anche perché intanto le imprese oppresse dai costi dell’energia stanno già riducendo l’attività in diversi settori. Se in questa situazione si riduce il deficit di oltre 30 miliardi la recessione sarà inevitabile.

Qui si parla per un mese di un barcone di clandestini che forse sbarcano tutti o forse non sbarcano tutti. Intanto – e nessuno ne parla – il reddito viene redistribuito pesantemente a svantaggio dei lavoratori, che in Italia da trenta anni non hanno visto nessun aumento di reddito, a differenza del resto del mondo industriale. Come dimostra l’esodo all’estero dei giovani, che con i 1.200 euro al mese che trovano in Italia, al Nord, faticano a pagare l’affitto e vivere ed emigrano possiamo confermare per esperienza diretta). E grazie anche ai lockdown c’è ora un crollo demografico ulteriore per cui gli italiani si riducono di quasi 300mila all’anno.

C’è un’emergenza economica e sociale che tra un poco scoppierà con l’arrivo del freddo e di bollette triplicate e con una recessione imminente, che è già arrivata in Uk, dove il governo almeno riconosce che è inevitabile. Solo da noi si finge che ci sarà crescita nel 2023. L’Italia è stata indebolita anche dai due anni di lockdown tra i più stretti al mondo e ora con l’inflazione più alta del mondo industriale, tassi che aumentano e Bce che smette di pompare miliardi sta andando a sbattere. Bisogna finanziare diversamente lo Stato, come abbiamo spiegato nell’ultimo articolo e fare una politica espansiva, con deficit dell’8% per sostenere le aziende e i lavoratori.

L’Italia ha bisogno di una crescita stabile e questa la si può ottenere solo con investimenti pubblici produttivi. A questo il governo dovrebbe pensare. Il neoliberalismo è stato l’errore della sinistra, il rischio è che ora diventi l’errore della destra.

Il Superbonus è davvero un costo per lo Stato?

di Paolo Becchi e Fabio Conditi su nicolaporro.it il 24 novembre 2022

Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato in conferenza stampa l’11 novembre 2022, ribadendo il concetto anche in quella più recente del 22 novembre: “Sul Superbonus voglio dire che nasceva meritoriamente come misura per aiutare l’economia, ma il modo in cui è stata realizzata ha creato molti problemi. A chi diceva che si poteva gratuitamente ristrutturare il proprio condominio ricordo che costava allo stato 60 miliardi, con un buco di 38. Diciamo che il concetto di gratuità è bizzarro”.

Vediamo di fare un po’ di chiarezza. Il Superbonus 110% determina sicuramente un costo per lo Stato causato da minori entrate future, ma produce anche maggiori entrate fiscali nei primi anni, che compensano in parte o totalmente le minori entrate future.

L’idea che il Superbonus sia un costo eccessivo per lo Stato è alimentata dal Governo Draghi, e ha un suo fondo di verità. Infatti, il principio di prudenza nella redazione del bilancio dello Stato impone di considerare al 100% le riduzioni sicure di gettito futuro, individuando anche le adeguate coperture finanziarie, ma non permette di considerare gli incrementi di gettito, considerati incerti e difficilmente quantificabili con precisione.

Questo determina però la magica comparsa di “tesoretti” che sono generati dall’arrivo di queste entrate fiscali non previste ma ormai sicure.

Diversi studi sul Superbonus hanno analizzato i dati reali e l’economia che si è generata, arrivando alla conclusione che l’impatto sulle casse dello stato è molto basso o è addirittura positivo.

1. La Luiss Business School ed OpenEconomics hanno fatto uno studio commissionato dal Governo che si trova nel sito della Presidenza del Consiglio.

Le conclusioni sono che “a fronte di un aumento della spesa per edilizia abitativa pari a 8,75 miliardi nel triennio 2020-2022, si registrerebbe un incremento del valore aggiunto complessivo per il Paese di 16,64 miliardi nel periodo di attuazione del provvedimento e un ulteriore incremento di 13,71 miliardi negli 8 anni successivi a fronte di un impatto netto attualizzato sul disavanzo pubblico pari a -811 milioni di euro”. Secondo questo studio il moltiplicatore economico è (16,64+13,71)/8,75=3,5 ed il costo per lo Stato quasi nullo.

2. Nomisma, società fondata da Prodi ed Andreatta, che realizza ricerche di mercato e consulenze, ha fatto uno studio dal titolo “Bilancio Sociale e Ambientale del Superbonus 110%” che è stato promosso da ANCE Emilia.

Le conclusioni di questo studio sono che per 38,7 miliardi di euro di crediti d’imposta concessi, si è generato un valore economico molto maggiore, per gli effetti diretti, indiretti e indotti, pari a 124,8 miliardi di euro, con un moltiplicatore economico pari a 3,2. Quindi, considerando anche solo pari ad 1/3 le tasse pagate su questa economia generata dal Superbonus, avremo un maggior gettito fiscale nei primi anni, superiore a 40 miliardi di euro, che compensa completamente il mancato gettito futuro di 38,7 miliardi di euro.

I vantaggi del Superbonus

Entrambi gli studi della Luiss Business School e di Nomisma arrivano a conclusioni molto simili che comunque mettono in chiara evidenza che il Superbonus non è un costo per lo Stato perché produce una crescita economica che ha un alto moltiplicatore economico.

Infatti, il Superbonus 110% è la concessione, da parte dello Stato, di crediti d’imposta sulle tasse future, a chi ristruttura il proprio immobile con determinate caratteristiche e massimali, che determina un costo per il cittadino pari a zero su questi interventi. Ma la vera novità è la possibilità di cedere i crediti d’imposta, anche in banca per cambiarli in euro, perché questo permette di utilizzarli anche a chi non ha capienza fiscale e circolando determina più economia e scambi, con un immediato ritorno per lo Stato in termini di tasse.

La concessione di crediti d’imposta non è un costo per lo Stato, è solo un mancato gettito futuro di 60 miliardi di euro spalmati in 5 anni. Ma produce anche un aumento di gettito fiscale nei primi anni, perché per avere i crediti d’imposta è necessario aver eseguito i lavori ed aver emesso fatture, su cui il 1° anno l’impresa pagherà l’IVA ed altre tasse, ma pagherà anche dipendenti e fornitori (altra IVA, tasse e contributi).

Poi ci sono gli effetti diretti, indiretti e indotti nell’economia analizzati da Nomisma e Luiss Business School, per cui si genera una maggiore economia con un moltiplicatore superiore a 3, e conseguentemente un aumento del pagamento di tasse e contributi, che compensa parzialmente o totalmente il mancato gettito futuro.

Inoltre, c’è anche un vantaggio di tipo macroeconomico, quello di un aumento del PIL senza che ci sia stato un aumento del debito pubblico, visto che il credito d’imposta è solo un mancato gettito futuro. Quindi il rapporto debito/Pil cala molto, perché il debito a numeratore rimane invariato mentre il PIL al denominatore cresce, rendendo maggiormente sostenibile il debito pubblico ed il rispetto dei vincoli di Maastricht.

Per amplificare l’aumento del PIL e del gettito fiscale nei primi anni, è fondamentale lasciare e migliorare la cedibilità dei crediti d’imposta, perché se bloccata o limitata, come ha fatto indubbiamente il Governo Draghi, riduce fortemente questi effetti estremamente positivi per lo Stato ed i cittadini.

Conclusioni

Il Superbonus 110% non è un costo per lo Stato perché la cessione del credito d’imposta determina un alto moltiplicatore economico, in grado di generare una crescita economica ed un aumento del PIL che producono un maggiore gettito fiscale nei primi anni, in grado di compensare o quantomeno ridurre fortemente questo costo.

L’altro vantaggio consiste nel fatto che le agevolazioni concesse dallo Stato non generano debito pubblico perché i crediti d’imposta, anche se cedibili, non rappresentano mai una obbligazione per lo Stato, e quindi un debito.

Siamo però d’accordo con il Ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, il Superbonus è una misura che avvantaggia la parte di popolazione più ricca, quella dei proprietari privati di immobili, quindi andrebbe meglio calibrata, lasciandola solo per la prima casa e per chi ha redditi medio-bassi, riducendola negli altri casi.

Ma il Superbonus sarebbe molto più interessante e meglio impiegato, se fosse usato per migliorare l’efficienza energetica e la sicurezza sismica degli edifici pubblici come Comuni, scuole ed ospedali, o per le costruzioni di case popolari, perché permetterebbe di valorizzare il nostro patrimonio pubblico, riducendo i costi futuri, ma senza aumentare deficit e debito pubblico.

Primarie PD, Bonaccini piace o no al Movimento 5 Stelle?

intervista al Prof. Paolo Becchi su policymakermag.it il 22 novembre 2022

Stefano Bonaccini si candida alla direzione del PD. Ma basterà a salvare le sorti del Partito Democratico? Ne abbiamo parlato con Paolo Becchi

Gli elettori del PD vorrebbero un nuovo partito. Secondo l’ultimo sondaggio di Demos per Repubblica gli elettori democratici hanno necessità di nuovi progetti, nuove prospettive prima ancora che di una nuova leadership. Il messaggio sembra essere stato recepito dal gotha del partito, l’assemblea dei Dem, infatti, ha approvato la modifica statutaria chiesta dal segretario Enrico Letta per dare il via al congresso costituente con l’obiettivo di “aprire” il partito. L’obiettivo è ‘salvare’ il partito e limitare l’erosione di consensi a favore del M5S.

Su una nuova leadership si stanno confrontando le diverse anime d’area. Al momento per il ‘dopo Letta’ si sono fatti avanti Paola De Micheli, Stefano Bonaccini e la neo-eletta deputata Elly Schlein, fino a ieri vicepresidente di Bonaccini in Emilia-Romagna, su cui dovrebbe convergere tutta l’ala sinistra del partito.

Di tutti i subbugli all’interno del Partito Democratico ne abbiamo parlato con il prof. Paolo Becchi, ordinario dell’Università di Genova, perché dal nome che uscirà dalle primarie del PD molto dipenderà circa le venture alleanze tra democratici e pentastellati.

Prof. Becchi, come valuta la scelta di Stefano Bonaccini di candidarsi alla guida del Partito Democratico?

ll PD ormai è alla frutta. Non è un problema di persone ma di visione. Se un partito non ha più una visione politica è finita. Non mi pare che sia una questione di persone. Certo Stefano Bonaccini può dire di aver guidato la Regione meglio di altri, però un conto è fare l’amministratore e un altro è fare il politico. Non credo che sia sufficiente essere un buon amministratore per essere un buon politico anche se oggi politica e amministrazione sembrano essere la stessa cosa. Non credo che la soluzione per risolvere i problemi del PD sia legata solo al segretario. Dovrebbero ripensarsi come sinistra se vogliono essere tale. Il problema di oggi non è questo.

E qual è?

Il problema è il neo liberalismo che ha sconfitto la sinistra e adesso sta avendo successo con la destra, con il rischio che alla fine la destra farà la stessa fine della sinistra. Prima di interrogarsi sul segretario dovrebbe interrogarsi sul senso dell’esistenza di questo partito, in crisi totale di identità.

Però il M5S sembra al ‘riparo’ dal dilagare del neo liberismo.

Il M5S vive del credito che ha ottenuto con il Reddito di Cittadinanza. Chi lo sta prendendo continua ad avere fiducia nel M5S. Nel momento in cui sarà tolto o ridimensionato questo influirà sulla forza del M5S. Conte l’ha capito, ha ottenuto un risultato discreto alle elezioni politiche rispetto alle aspettative. Chi ha ottenuto il reddito è stato coerente, ha votato per il M5S. Adesso il governo vuole rimodularlo, il M5S farà le barricate e anche se non dovesse ottenere nulla, il consenso sociale crescerà, a differenza del PD.

È possibile che un PD a guida Stefano Bonaccini possa erodere consensi al M5S?

Ma no. Noi abbiamo un grave problema sociale. Una grave crisi sociale che è destinata a peggiorare con la crisi energetica alla quale stiamo andando incontro. Il governo mi sembra, ahimè, in netta continuità con il governo Draghi, quindi i problemi sociali sono destinati ad aumentare. Bisogna vedere su cosa vorrà puntare il PD. Se il PD vorrà puntare sui diritti Lgbt o sulle rinnovabili continuerà a perdere consensi. Bisognerà vedere se il PD vuole cambiare impostazione. Anche perché il M5S la sua mutazione l’ha avuta, è un partito di sinistra, e aspira a guidare la sinistra. Pensavamo che sarebbe diventata una costola del PD, invece ho l’impressione che il PD diventerà una costola del M5S. Adesso chi riesce ad acquisire consensi è il M5S. Diciamo che Letta è stato la distruzione per il PD, ha portato a termine un processo che era già in atto da tempo, è chiaro che lui sia fatto da parte. Ma bisogna puntare sui contenuti nuovi, un semplice cambio di nome non è decisivo.

E invece Elly Schlein potrebbe essere un nome foriero di contenuti di successo?

Sicuramente è un nome nuovo ma continua ad andare nella direzione in cui il PD è destinato a perdere. Perché se si punta tutto su cose che agli italiani interessano marginalmente come vuole che vada a finire?

Cosa interessa, secondo lei, agli italiani?

Agli italiani interesserebbe andare in un ospedale ed essere curati, oggi non è più possibile. Se vai in un ospedale vieni curato da un infermiere e il medico te lo paghi privatamene. Seconda cosa, agli italiani interesserebbe che i giovani riuscissero a lavorare in Italia. Io ho due figli, una lavora in Germania da sei anni e un altro tra sei mesi va a lavorare a Berlino. Questi sono i problemi che interessano agli italiani. Non gli interessa se due uomini o due donne possono crescere un figlio. Sono problemi che oggi agli italiani non interessano.

La strada dei diritti civili non paga?

Se il PD continua su quella strada va dritto verso l’estinzione.

Btp Italia: un vero successo?

di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi su nicolaporro.it il 22 novembre 2022

I BTP indicizzati all’inflazione – “BTP Italia” – al momento sono un successo, sia per chi li avesse comprati l’anno scorso che ora riceve quasi un 10%, sia per il governo che ne ha piazzati per 12 mld senza fatica. Giorgia Meloni celebra come “atto di fiducia verso le politiche adottate dal governo”.

Sono un successo perché pagano il 10% invece dei BTP equivalenti non indicizzati che pagano 3,3% circa o dei “conti risparmio” delle banche che pagano un tasso simile. Lo Stato qui in pratica distribuisce più soldi e gli italiani che possono o fanno in tempo accorrono.

Se parliamo di politica economica questi soldi andrebbero invece usati per, ad esempio, trattenere i giovani che emigrano invece di remunerare (alcuni) dei loro genitori. Invece di pagare di più sui BTP sarebbe meglio pagare di più chi studia e si specializza e poi va in UK perché gli danno il doppio dei 1.200 euro che trova in Italia. I giovani non hanno soldi investiti in fondi e obbligazioni e dei 6mila miliardi di ricchezza patrimoniale (“i risparmi”) non hanno quasi niente. Hanno in Italia gli stipendi più bassi del mondo industriale.

Voi direte che questa è demagogia populista e che il “risparmio degli italiani” è invece importante. OK, noi apparteniamo alla fascia anziana della popolazione e siamo interessati come tutti ai soldi in banca, parliamo quindi allora di dove è investito il risparmio degli italiani. 2.200 miliardi sono fermi nelle banche, il resto è investito dalle stesse all’80% (senza che uno se ne accorga bene) all’estero.

Allora, diciamo intanto che di bello questi BTP indicizzati hanno che non hai nessuna spesa, puoi persino comprarli da solo online senza scomodare la banca e questa volta sembra che le banche non li abbiano sconsigliati (nonostante appunto non ci guadagnino niente e gli tolgano un poco di soldi dai conti correnti, peraltro strapieni ora). Uno dei motivi per cui le banche, per una volta, non hanno invece consigliato i loro prodotti di risparmio gestito, è che nell’ultimo anno tutte le obbligazioni di ogni genere, titoli di stato e obbligazioni societarie, hanno avuto la perdita di valore maggiore del dopoguerra. In media, se si guarda a qualunque indice, i “bonds” o obbligazioni hanno perso, in occidente, oltre il -15% e così ovviamente i fondi obbligazionari in cui i risparmi degli italiani sono investiti.

In più, è esplosa l’inflazione, che in Italia tocca ora il 12%, per cui un risparmiatore che avesse messo i soldi in fondi obbligazionari, di qualunque genere (non solo italiani), ha ora perdite sul valore nominale del 15% e poi anche una perdita in termini reali del 10%.

Facciamo un esempio concreto della “protezione (o meno) del risparmio”. Un BTP con cedola 0% e scadenza agosto 2026, quindi relativamente meno rischioso del classico decennale, quotava l’anno scorso intorno a 100 e oggi oscilla intorno a 89, dopo un minimo a 86.

Il motivo è che per anni la BCE ha tenuto i suoi tassi di interesse a zero e ora che li alza il prezzo, che va all’inverso ovviamente del tasso di interesse, frana.

I BTP di scadenze sotto i cinque anni, come quello mostrato, davano quasi zero di rendimento e nessuna famiglia li comprava. Le famiglie compravano fondi e altri prodotti del risparmio gestito, che poi erano pieni di titoli di stato di tutto il mondo, tra cui anche i BTP.

Allora, se per ipotesi un italiano ne avesse comprati, ora vede una perdita dell’11%, ma se li tiene fino a scadenza, cioè nel 2026 sarà rimborsato a 100. Nel frattempo, se l’inflazione continua per altri due anni, perderà però anche un 20% circa in termini reali perché non riceve cedole. Nel caso abbia fondi comuni invece vede oggi nell’estratto conto una perdita dell’11% (o anche più alta perché altri titoli di stato nel mondo hanno perso persino un poco di più). Poi ovviamente paga anche un 1% e rotti all’anno di costi di gestione alla SGR. Sommando i costi del fondo, assenza di interessi e l’inflazione oltre il 10% annuo, nel 2026 puoi avere una perdita reale del capitale del 25%. Dato che nei sei o sette anni precedenti la quotazione era aumentata, alla fine col suo fondo farà forse pari.

Rispetto quindi ai BTP “normali”, negli ultimi anni tenere i soldi nel conto corrente, che non paga interessi, ma ha un po’ meno costi di gestione, sarebbe stato alla fine la stessa cosa e senza rischi. Ma non era colpa dei BTP, perché i titoli di stato inglesi, tedeschi o francesi hanno perso di valore nell’ultimo anno come i nostri (che almeno nelle scadenze sopra i cinque anni qualche minima cedola la pagavano).

Tutto questo per dire che:

a. il risparmio degli italiani è investito all’80% all’estero, tramite fondi e prodotti delle banche;

b. il risultato di perdite o guadagni, rendimenti e inflazione non dipende dal governo, ma dal mercato mondiale.

Se allora il governo emette tanti BTP indicizzati all’inflazione “proteggerà il risparmio” e mostra che può finanziarsi senza problemi? Innanzitutto, i BTP sul mercato sono circa 2.200 miliardi e devi rifinanziarne per almeno 360 miliardi l’anno, per cui i 12 miliardi raccolti sono una goccia d’acqua. Ma anche per i risparmiatori, perché il totale dei soldi in banca, tra conti correnti e il resto dei conti risparmio, fondi, polizze e altri prodotti sono ora 6mila miliardi e qui sono stati sottoscritti 9 miliardi, cioè lo 0,2%.

Se il governo decidesse di emettere BTP indicizzati in quantità significative, diciamo decidesse di rifinanziare tutti i BTP in scadenza con titoli indicizzati, si ritroverebbe nel prossimo anno a pagare invece del 3,3% circa medio attuale di colpo un 9 o 10%, come nei primi anni ‘80 quando pagava il 10 o 12%. E come allora farebbe esplodere il deficit solo per pagare interessi.  Se il governo rifinanziasse i BTP che scadono con BTP indicizzati per essere sicuro che gli italiani ne comprino, gli costerebbe in interessi una ventina di miliardi in più all’anno. Sarebbe un trasferimento diciamo di 20 miliardi dai contribuenti a chi ha risparmi. In questo modo l’unico effetto utile dell’inflazione, che riduce il rapporto debito/PIL, ovviamente scomparirebbe. E infatti nel mondo nessun governo si è messo a offrire ora maggiori quantità di titoli di stato indicizzati. Non lo dicono apertamente, ma tutti i governi e Banche Centrali contano sull’inflazione per ridurre l’incidenza del debito.

Già adesso, con il rialzo dei tassi di interesse della BCE e nel mondo in corso, il governo andrà a pagare di più nel prossimo anno (come tutti i governi, del resto, in USA o UK dove i tassi sono anche un poco più alti le cifre di interessi in più che si pagano stanno salendo in fretta).

In un momento di inflazione devi fare delle scelte. Una volta si indicizzavano gli stipendi e questo aveva salvaguardato il potere d’acquisto dei lavoratori, ma ovviamente anche prolungato l’inflazione. Se indicizzi i BTP, ma fai solo una piccola manovra di 9 miliardi non cambia granché perché il totale del debito pubblico è vicino a 2.800 miliardi e il totale dei BTP sui 2.200 miliardi.

“Proteggere il risparmio” è solo uno slogan perché come si visto negli ultimi 20 anni gli investimenti degli italiani sono finiti per almeno l’80% all’estero (tramite le banche e i fondi). Inoltre, ci sono 6mila miliardi in banca in totale, il triplo del PIL e sarebbe più giusto definirli come “ricchezza”, perché ci sono famiglie con milioni di euro liquidi. Poi altri che di soldi non ne hanno o hanno debiti e i giovani certo di soldi ne hanno pochi.

Negli anni dell’euro, la ricchezza finanziaria è l’unica cosa che è cresciuta in Italia come nel resto del mondo, mentre il PIL e gli stipendi calavano, le nascite crollavano, non si costruivano case e i giovani emigravano.

Finora è l’economia reale che è stata danneggiata, dalle politiche di austerità, dall’apertura alla Cina, dal taglio del credito sistematico alle imprese per dieci anni (avvenuto solo in Italia) e poi dal lockdown e ora dalle sanzioni (che creano un costo addizionale di energia per 80 miliardi). L’euro e le politiche di austerità e poi di liquidità della BCE hanno invece protetto solo la ricchezza finanziaria.

Pagare ora un 10% sui BTP indicizzati all’inflazione è innanzitutto un palliativo se sono piccole quantità. Se parliamo della famosa “sostenibilità” del debito pubblico come problema, andare su questa strada aumenta il peso del debito che l’inflazione invece ora riduce.

La soluzione è smettere di finanziare i deficit con BTP, che sono un’innovazione degli anni ‘80 pensata per gli investitori esteri e sono titoli che oscillano sui mercati (come abbiamo mostrato prima con un esempio).

Questo problema dell’oscillazione continua sui mercati vale infatti anche per i “BTP Italia” indicizzati. Se, come molti prevedono, ci sarà una recessione globale pesante, sparirà probabilmente l’inflazione, i tassi di interesse crolleranno di nuovo a zero e il valore questi BTP indicizzati oscillerà in basso, come gli altri BTP.

Lo Stato può invece finanziarsi offrendo conti correnti che paghino un interesse in linea con i bonds medi (intorno al 3% ora nel mondo occidentale). Lo Stato può offrire conti correnti come una banca, che usi per bonifici, bancomat e carta di credito però pagano un interesse come un BTP medio attuale. La differenza è che un conto corrente non oscilla di valore come i BTP e quindi in questo modo hai eliminato lo “spread” e non sei più ricattabile dai mercati finanziari.

Obbligo vaccinale

di Paolo Becchi su il Giornale del Piemonte e della Liguria, il 18 novembre 2022

Alla fine del mese la Corte costituzionale è chiamata a risolvere un problema di non poco conto, che ha inciso sulla vita di molte persone che si sono sottratte all’obbligo vaccinale anche a costo di essere sospesi da lavoro e retribuzione. Un nodo non facile da risolvere.

Ma mi chiedo si tratta in senso giuridico di un vero obbligo anche se la legislazione lo qualifica in questo modo ?
In realtà nessuno si è spinto sino a proporre un trattamento sanitario obbligatorio per tutti coloro che hanno rifiutato il siero salvifico. Quello che si è verificato è che per poter fare una serie di cose, ad esempio andare al ristorante, dovevi essere o vaccinato o guarito o tamponato. Anche nel caso, ad esempio, del personale sanitario l’ “obbligo” in realtà stabiliva che per poter lavorare ed essere retribuito bisognava essere vaccinati.
Non c’è dubbio che c’è una notevole differenza tra il primo e il secondo caso, ma la struttura logica è sempre la stessa : “ se vuoi a, devi b. Una struttura logica di questo tipo tuttavia non corrisponde all’ obbligo ma all’ onere. Un onore che diventa tanto più pesante quanto più limita la libertà degli individui. L’ onere e non l’obbligo è stata la tecnica di controllo sociale che è stata adoperata, anche se decreti e leggi parlano di obblighi. Ti spingo a vaccinarti e ti premio se lo fai. Qualche volta però la spinta non è affatto Gentile nei confronti di chi ad essa si oppone.

La Corte terrà conto del fatto che si è fatto passare quello che era un onere per un obbligo che è arrivato sino al punto di privare della retribuzione qualche milione di cittadini? Chi vivrà, vedrà.

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