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Paolo Becchi

Referendum Giustizia: i sei quesiti abrogativi

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma, su Libero il 20 giugno 2021

Ci occuperemo per questo giornale di esaminare i sei quesiti referendari in materia di giustizia proposti da Lega e Radicali. I quesiti sono già stati depositati in Corte di Cassazione e il 2 luglio i due partiti inizieranno – ai sensi dell’art. 75 della Costituzione – la raccolta di almeno 500 mila firme popolari. Dopo il 30 settembre la Suprema Corte esaminerà dal punto di vista prettamente formale la conformità dei quesiti con le norme di legge in materia referendaria, il giudizio di ammissibilità spetterà invece alla Corte costituzionale che a sua volta deve pronunciarsi, salvo rinvii tecnici, entro il 20 gennaio 2022.  Superati questi passaggi, il referendum si terrà – ai sensi dell’art. 34 della legge 352/ 1970 – tra il 15 aprile ed il 15 giugno 2022. Per la sua validità, è necessario che si rechino a votare almeno la metà più uno degli aventi diritto al voto e sia raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.

  1. Responsabilità civile dei magistrati
Facciamo anzitutto chiarezza su uno dei quesiti più importanti, quello sulla “responsabilità civile dei magistrati”. La materia è regolata dalla legge 13 aprile 1988 n. 117, la quale prevede che “Chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in  essere  dal magistrato con dolo o colpa grave nell'esercizio delle  sue funzioni ovvero per diniego di  giustizia  può  agire  contro lo  Stato  per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali” (art. 2, comma 1). Dunque il cittadino vittima di una ingiustizia può avanzare richiesta di risarcimento dei danni non direttamente nei confronti del magistrato, ma nei soli confronti dello Stato.
 
La legge n. 117/1988 fu approvata dal Parlamento dopo l’esito del referendum abrogativo dell’8-9 novembre 1987 promosso da Radicali, Pli e Psi e riguardava l’abrogazione di tre articoli del codice di procedura civile che escludevano i magistrati dall’istituto della responsabilità civile. Per questo quesito specifico si recò a votare il 65,11% degli aventi diritto e il sì all’abrogazione prevalse con l’80,21% dei voti. La spinta emotiva fu data dal “caso Tortora”, il conduttore televisivo ingiustamente arrestato (con conseguenti 271 giorni di carcerazione preventiva) e condannato in primo grado a dieci anni di reclusione per traffico di stupefacenti e associazione a delinquere di stampo camorristico, successivamente assolto in grado di appello per non aver commesso il fatto. Il caso fece scalpore perché sia gli inquirenti (Pm) che i giudici di primo grado non si resero conto delle evidenti falsità dichiarate dai cosiddetti “pentiti”. Dopo l’approvazione di quella legge il cittadino può richiedere il risarcimento dei danni, ma solo allo Stato. Insomma, il  giudice può continuare a commettere ogni genere  di arbitrio senza mai risponderne direttamente.
 
Il quesito proposto da Lega e Radicali mira ad abrogare le disposizioni di quella legge che disciplinano il “Risarcimento dei danni”. 
 
In buona sostanza si tratta di abrogare quelle norme che consentono al cittadino di chiedere il risarcimento dei danni solo allo Stato e non anche al magistrato. Di conseguenza, se il referendum passasse, il cittadino potrà citare in giudizio per il risarcimento del danno direttamente il magistrato. È probabile che, in caso di esito elettorale abrogativo, il Parlamento introduca a carico dei magistrati l’obbligo di stipula di una assicurazione per responsabilità civile (come avviene già per gli avvocati), dunque il cittadino potrà citare in giudizio direttamente il magistrato e, se lo riterrà opportuno, anche lo Stato in via solidale, che a quel punto chiederà legittimamente di non rispondere al posto del giudice.
 
Un quesito sacrosanto. Trattandosi di responsabilità per dolo, colpa grave e diniego di giustizia, non si capisce per quale motivo debba essere lo Stato a risponderne economicamente e non il magistrato che ha commesso l’errore. Se vincesse il sì all’abrogazione non solo verrebbe ridotta la sfera di arbitrio del magistrato, ma di riflesso i casi di errori giudiziari per dolo o colpa grave si ridurrebbero notevolmente per il timore dei giudici di essere chiamati direttamente in giudizio dai cittadini. La fine dello strapotere della magistratura passa anche da questo primo quesito. 
  • 2. Separazione delle carriere

Il secondo quesito referendario riguarda l’abrogazione delle norme di leggi vigenti che consentono il passaggio dei giudici dalla funzione inquirente a quella giudicante, e viceversa. La funzione inquirente è quella svolta dal pubblico ministero che fa le indagini, dunque la Procura che sostiene l’accusa, quella giudicante è svolta invece dal giudice di tribunale che deve giudicare l’imputato. Il testo del quesito è molto lungo e complicato, riguarda l’abrogazione di alcune disposizioni di legge inserite sin dal Regio decreto n. 12/1941, quello sull’ordinamento giudiziario, fino alla nuova disciplina dell’accesso in magistratura (D.Lgs. n. 160/2006) e gli interventi urgenti in materia di funzionalità del sistema giudiziario (d.l. n. 193/2009 convertito con modificazioni nella Legge n. 24/2010). Fino alla riforma del codice di procedura penale (d.p.r. n. 447/1988), Pm e giudicante erano seduti in aula sullo stesso scranno, in un sistema inquisitorio in cui l’inquirente era una sorta di para-giudice che si poneva al di sopra della difesa. Le cose cambieranno formalmente solo con la riforma del codice alla fine degli Anni Ottanta e con la riforma dell’art. 111 della Costituzione nel 1999, cioè con la trasformazione del processo penale da inquisitorio ad accusatorio (la prova si forma nel dibattimento in condizioni di parità tra accusa e difesa), ma l’ordinamento giudiziario è rimasto in sostanza quello degli Anni Quaranta, con l’intercambiabilità delle funzioni giudiziarie. Ad oggi l’accesso in magistratura consente al vincitore del concorso di optare per la funzione prescelta (inquirente o giudicante) e cambiarla quattro volte nel corso dell’intera carriera, con un intervallo di almeno cinque anni da un cambio all’altro. L’abrogazione proposta dal quesito aprirebbe la strada alla netta separazione delle carriere dei magistrati.

Nel caso in cui al referendum vincesse il sì all’abrogazione, una volta intrapresa una delle due carriere – inquirente o giudicante – il magistrato non potrebbe più optare per l’altra. Ciò garantirebbe la piena realizzazione del principio del giusto processo di cui all’art. 111 della Costituzione, secondo cui “ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale […]. Il processo penale è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova”. Se il giudicante deve essere terzo ed imparziale, e se la prova deve formarsi nel dibattimento secondo il principio del contraddittorio tra le parti (inquirente e difensore), è evidente che la separazione delle carriere diventa un tassello importante per portare a compimento il dettato costituzionale. Quale garanzia ha oggi il cittadino nel vedersi giudicato da un magistrato del tribunale che pochi anni prima esercitava le funzioni di inquirente, anche se in circondari differenti? Come fa ad essere garantito il contraddittorio tra accusa e difesa se il magistrato giudicante conosce i suoi colleghi che svolgono le funzioni di pubblico ministero, con cui magari ha lavorato in passato?

Gli avversari di questo quesito sono i magistrati di certe correnti (in primis Magistratura democratica, Unicost e Autonomia e Indipendenza) e alcuni partiti di centro-sinistra contigui ad esse, gli stessi che per anni si sono ipocritamente lavati la bocca in difesa di Giovanni Falcone dopo la sua morte (perché in vita lo avevano invece ostacolato in ogni modo). Eppure il giudice simbolo della lotta alla mafia auspicava – come è noto – una netta separazione delle carriere. In un sistema accusatorio come ora è il nostro, la separazione delle carriere garantisce il principio costituzionale della piena terzietà del giudicante rispetto all’inquirente che ha svolto le indagini.

3) Custodia cautelare

È un quesito che nasce dai tempi di Tangentopoli, quando della carcerazione preventiva se ne fece un uso sconsiderato, il più delle volte nei confronti di persone sottoposte ad indagine che – dopo i tre gradi di giudizio – o risultarono innocenti oppure condannati a pene che non prevedevano l’effettiva reclusione in quanto rientranti nella facoltà dell’affidamento in prova. Nel 1997 fu lo stesso Presidente della Repubblica Scalfaro a denunciare, nel corso del suo discorso di fine anno, la barbarie del “tintinnio delle manette” in fase di indagini preliminari. Eppure, nonostante i quattro governi Berlusconi abbiano tentato di intervenire per limitare l’arbitrio giudiziario, diverse fazioni della magistratura si sono sempre messe di traverso strillando pretestuosamente all’attentato nei confronti dell’indipendenza dell’ordine giudiziario. Bisogna attendere il 2015 per un primo intervento, quando la Legge n. 47 riesce a limitare il ricorso alle misure cautelari inserendo all’art. 274 c.p.p. – di fianco al pericolo concreto – anche il requisito dell’attualità del pericolo.

Vediamo come funzionano oggi le misure cautelari. Quando sussiste almeno una delle esigenze cautelari previste dal codice di procedura penale (pericolo di fuga, di inquinamento delle prove o di reiterazione del reato), e solo quando il pericolo è concreto ed attuale, il Pm può chiedere al Gip l’applicazione di una misura cautelare nei confronti della persona sottoposta ad indagini. La difesa non può nulla, se non presentare (dopo che la misura è stata eseguita) istanza al tribunale del riesame oppure depositare allo stesso Gip istanze di revoca o di modificazione della misura.

Il quesito referendario vorrebbe abrogare l’art. 274, comma 1, lettera c) del codice di procedura penale (d.p.r. n. 447/1988), limitatamente alla parte in cui consente l’applicazione della misura cautelare anche per i “delitti per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni ovvero, in caso di custodia cautelare in carcere, di delitti per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni nonché’ per il delitto di finanziamento illecito dei partiti di cui all’articolo 7 della legge 2 maggio 1974, n. 195 e successive modificazioni”.

In pratica, nel caso in cui i cittadini decidessero di abrogare la disposizione oggetto del quesito referendario, le misure cautelari (tra cui quella invasiva del carcere) sarebbero applicabili soltanto nei casi stabiliti dal primo periodo della lettera c) dell’art. 274, comma 1 c.p.p., vale a dire solo per “gravi delitti con uso di armi o di altri mezzi di violenza personale o diretti contro l’ordine costituzionale ovvero delitti di criminalità organizzata”. Il quesito mira, dunque, a limitare in modo decisivo il ricorso alle misure cautelari, in primis la custodia cautelare in carcere, solo per quei reati particolarmente gravi che giustificano un’attenzione alta da parte dello Stato. In tutti gli altri casi si finirà in galera o in detenzione domiciliare solo dopo il passaggio in giudicato della sentenza di condanna, cancellando definitivamente la barbarie dell’anticipazione della pena. Il quesito mira ad abrogare il ricorso alle misure cautelari anche in ordine al reato di finanziamento illecito dei partiti, con trent’anni di ritardo rispetto a quanto accaduto nel 1992-93. Ci aveva già provato il governo Amato col “decreto-legge Conso” nel 1993 con cui depenalizzava il reato di finanziamento illecito ai partiti, ma Scalfaro si rifiutò di firmarlo sotto una forte pressione giornalistica e della procura di Milano.

Il sì all’abrogazione rappresenterebbe una rivoluzione, un ulteriore passo avanti verso la realizzazione del processo accusatorio di cui all’art. 111 della Costituzione, secondo cui la prova si forma nel dibattimento (cioè nel processo), in condizioni di parità tra accusa e difesa, e non in fase di indagini preliminari, col “tintinnio delle manette” in faccia all’indagato e con la difesa relegata al ruolo di bella statuina.

4) Legge Severino

Su spinta di un’antipolitica dilagante prima delle elezioni politiche del 2013 il governo Monti adottò, su delega del Parlamento, il D.Lgs. n. 235/2012 (Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo). Il decreto legislativo prevede la incandidabilità alla Camera e al Senato, oltre che al Parlamento europeo, di tutti i soggetti condannati con sentenza passata in giudicato ad una pena superiore a due anni di reclusione per delitti non colposi, con automatica interdizione dai pubblici uffici (quindi anche dal ricoprire incarichi di governo) per un periodo di sei anni, compresa l’esclusione dal Parlamento – se la sentenza passa in giudicato dopo l’elezione – su decisione della camera di appartenenza del condannato. La Corte costituzionale – con sentenza n. 35/2021 – ha inoltre stabilito che sia conforme alla Costituzione la sospensione automatica della carica di parlamentare (sulla quale deve comunque decidere la camera di appartenenza), di membro del governo, di presidente di regione, assessore regionale e sindaco, anche quando la condanna non è definitiva ma solo per reati di particolare gravità.

«Volete voi che sia abrogato il Decreto Legislativo 31 dicembre 2012, n. 235 (Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi, a norma dell’articolo 1, comma 63, della legge 6 novembre 2012, n. 190)?». Questo il quesito referendario proposto da Lega e radicali.

Il quesito mira ad abrogare il Testo unico in materia di incandidabilità (la cosiddetta Legge Severino) adottato sulla base dell’art. 1, comma 63 della legge delega n. 190/2012. Dopo l’abrogazione dell’immunità parlamentare avvenuta nell’ottobre 1993 (per cui da allora le Procure possono indagare i parlamentari senza l’autorizzazione a procedere della camera di appartenenza), quello della legge Severino è lo strumento più potente che la politica abbia consegnato alla magistratura per farsi castrare. Non a caso, dopo appena un anno e mezzo dalla sua approvazione, la prima vittima illustre è stata niente di meno colui che era stato Presidente del Consiglio per nove anni e leader dell’opposizione per otto, Silvio Berlusconi, il nemico n. 1 della “sinistra” e di una fazione della magistratura. Con la legge Severino, non è una esagerazione, è la magistratura che decide chi può fare politica e chi no.

E diciamola tutta. Le indagini per sequestro di persona nei confronti di Matteo Salvini, per il sol fatto che quand’era ministro degli interni aveva impedito gli sbarchi sul territorio nazionale, mira a condannare il leader della Lega per poi renderlo incandidabile per il Parlamento e interdetto dal ricoprire cariche di governo. Politica e giustizia, quelle del ‘92, usano gli strumenti in loro possesso per battere – per via giudiziaria – i nemici politici che non riescono a sconfiggere nelle urne.

Si dirà che la magistratura si limita ad applicare una legge dello Stato, e anche questo è vero, infatti le responsabilità sono anzitutto della politica, incapace di svolgere il suo ruolo. Se la legge fosse abrogata cadrebbe anche il meccanismo automatico della interdizione dai pubblici uffici e si tornerebbe così alla disciplina generale, cioè l’applicazione da parte dell’Autorità Giudiziaria della pena dell’interdizione solo se prevista dal reato per cui si procede. In buona sostanza l’abrogazione farebbe venir meno il meccanismo automatico previsto dalla legge Severino, cosicché l’interdizione sarebbe pronunciata dal giudice in sentenza solo a seguito di una sua libera valutazione e solo se prevista dal reato per cui si è condannati.

5) Basta con le fazioni politiche nel CSM.

Il quinto quesito riguarda il sistema d’elezione del Consiglio Superiore della Magistratura, organo di autogoverno dei magistrati, presieduto dal presidente della Repubblica. Ai sensi dell’art. 104 della Costituzione, i componenti del Csm “sono eletti per due terzi da tutti i magistrati ordinari tra gli appartenenti alle varie categorie, e per un terzo dal Parlamento in seduta comune tra professori ordinari di università in materie giuridiche ed avvocati dopo quindici anni di esercizio”. I primi sono detti membri togati (16), i secondi laici (8).

I membri laici non hanno bisogno di candidarsi in liste, sono infatti eletti autonomamente dal Parlamento tenuto conto dei soli requisiti indicati dalla Costituzione: vanno scelti tra i professori universitari ordinari in materie giuridiche e gli avvocati con almeno quindici anni di esercizio. Per i membri togati esiste invece una procedura particolare, regolata dall’art. 25 della Legge 24 marzo 1958, n. 195 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento del Consiglio superiore della Magistratura). Il terzo comma dell’art. 25 prevede che i magistrati che intendono candidarsi al Csm presentino la loro candidatura in “una lista di magistrati presentatori non inferiore a venticinque e non superiore a cinquanta”.

Insomma, vere e proprie fazioni politiche all’interno della Magistratura. E’ da qui che nasce il sistema delle correnti, che fino agli inizi degli Anni Novanta serviva sostanzialmente a spartirsi il potere interno all’ordine giudiziario a seconda del peso elettorale: nomine, promozioni, sanzioni, trasferimenti, affidamento o revoca indagini etc. Dal 1992 in avanti, sull’onda delle inchieste di Tangentopoli il sistema delle correnti è servito e serve anche ad altro, cioè a fare da sistema di potere utile per intervenire – direttamente o indirettamente – nel processo democratico del Paese, condizionando talvolta le scelte di Parlamento e Governo.

Il quesito referendario mira a scardinare questo sistema attraverso l’abrogazione del terzo comma dell’articolo 25, limitatamente alle parole “unitamente ad una lista di magistrati presentatori non inferiore a venticinque e non superiore a cinquanta. I magistrati presentatori non possono presentare più di una candidatura in ciascuno dei collegi di cui al comma 2 dell’articolo 23, né possono candidarsi a loro volta”.

Se il quesito abrogativo fosse approvato dai cittadini, i magistrati che intendessero candidarsi al Csm potranno presentare liberamente la propria candidatura senza aderire a liste o correnti, che a quel punto diverrebbero superflue.  In questo modo crollerebbe un sistema che tanti danni ha fatto – e continua a fare – non solo alla vita democratica del Paese, ma anche alla stessa magistratura.

Del resto, non si comprende per quale motivo i membri togati del Csm debbano essere eletti in liste elettorali che tanto somigliano ai partiti politici. Tutto questo non ha senso se si considera che la magistratura non può esercitare un potere tipico dello Stato ma una funzione, quella giurisdizionale, seppur autonoma e indipendente. Non è un caso che l’art. 104 della Costituzione, al primo comma, definisca la magistratura come “ordine” e non come “potere”.

6) Voto membri non togati nei consigli giudiziari

A prima vista può sembrare un quesito di secondaria importanza, ma è strettamente connesso a quello che riguarda il complessivo funzionamento del Csm. Presso ciascun distretto di Corte d’Appello sono infatti istituiti consigli giudiziari distrettuali, detti anche mini-Csm. Sono composti per lo più da magistrati, ma anche da professori universitari in materie giuridiche e avvocati.

Nello specifico, i magistrati con funzioni giudicanti e inquirenti per essere eletti devono essere in servizio nel distretto di riferimento e sono votati da tutti i magistrati del distretto stesso. I professori universitari sono invece nominati dal Consiglio universitario nazionale su indicazione dei Dipartimenti di giurisprudenza del territorio di competenza del Consiglio giudiziario. Gli avvocati  sono nominati invece dal Consiglio nazionale forense su indicazione dei Consigli dell’Ordine degli Avvocati del distretto e devono avere il requisito di almeno dieci anni di svolgimento della professione forense. Il numero dei componenti dei consigli giudiziari, siano essi magistrati, professori universitari o avvocati, varia in proporzione al numero complessivo di magistrati in servizio nel distretto. Si tratta dunque di un organo che rispecchia la composizione “mista” del Csm, così da garantire al suo interno la rappresentanza di tutti gli attori della giustizia.

Tra le funzioni dei consigli giudiziari c’è anche quella della valutazione di professionalità dei magistrati, dal cui voto sono però esclusi professori e avvocati, che si limitano al semplice parere non vincolante. La valutazione viene poi trasmessa al consiglio giudiziario distrettuale che adotta, se necessario, i provvedimenti opportuni nei confronti dei magistrati (richiami, cambi di sezione o di ruoli etc). Nei casi più gravi il fascicolo finisce direttamente al Csm, che può adottare eventuali provvedimenti disciplinari.

Il quesito mira ad abrogare, dalla procedura di valutazione dei magistrati nei Csm distrettuali, le disposizioni di legge che consentono l’esclusività di espressione del voto ai soli magistrati. Le norme interessate dal quesito abrogativo sono alcune di quelle contenute nella legge che istituiva il Consiglio direttivo della Corte di cassazione e nuova disciplina dei Consigli giudiziari, vale a dire il Decreto Legislativo 27 gennaio 2006, n. 25 a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera c) della legge 25 luglio 2005 n. 150.

In caso di abrogazione, avvocati e professori universitari facenti parte dei Csm distrettuali potranno esprimere, al pari degli altri componenti, loro valutazione in ordine alla professionalità dei magistrati che prestano servizio nel distretto. Anche questo è un modo per limitare lo strapotere dei giudici e contenere la loro arroganza, ma ci sorge un dubbio. Consentendo il voto nei confronti della professionalità dei magistrati anche agli avvocati che operano nel distretto, potrebbero verificarsi favoritismi da parte dei giudici nei confronti delle cause patrocinate dagli avvocati eletti nei consigli giudiziari che poi voteranno sulla professionalità dei magistrati. È evidente che, se il quesito fosse approvato in sede referendaria, il Parlamento dovrebbe intervenire – ad esempio – con una legge che vieti agli avvocati di esprimere il voto sulla professionalità di quei magistrati che hanno istruito cause da loro patrocinate in un periodo non inferiore ai dieci anni antecedenti la valutazione.

Conclusione

Qualcuno potrebbe obbiettare che una forza politica come la Lega invece di utilizzare lo strumento referendario dovrebbe cambiare le cose in parlamento e nel governo. Ma, a nostro modesto avviso, è molto difficile pensare che questo parlamento cambi qualcosa e il Guardasigilli con i suoi discorsi e le sue Commissioni è certo animato da “buone intenzioni” – quelle di sfruttare la posizione che occupa come trampolino di lancio per il Quirinale -, ma in concreto sinora  di passi avanti non se ne sono visti. E dunque ben vengano i referendum.   

I rischi di una vaccinazione eterologa

di Paolo Becchi e Giulio Tarro, il 18 giugno su la Zuppa di Porro

La storia dei vaccini  ci può forse  insegnare qualcosa. Pensiamo alla poliomelite con l’uso iniziale del vaccino Salk che utilizzava un virus inattivato da trattamento chimico e che fu poi sostituito dal vaccino Sabin a virus attenuato dal trattamento di centinaia di passaggi in colture di tessuto fino a perdere la capacità di superare la barriera del suo passaggio orofecale senza arrivare al sistema nervoso centrale. Ovviamente la possibilità di somministrare il vaccino per via orale ha superato subito le barriere per la sua somministrazione per i bambini in particolare del continente Africano, del Centro Sud America e del Sud est Asiatico. Ma il vaccino Sabin aveva una controindicazione: il soggetto con deficit immunitario “pari a uno su due milioni e quattrocentomila dosi”, praticamente irrisoria.  

Per evitare tuttavia questi casi dal 2002 nel mondo occidentale si potrebbe di nuovo usare il vaccino Salk se si ripresentasse la malattia,  ma ciò non ha inciso sull’uso globale del vaccino Sabin  che ha già comportato la scomparsa globale del tipo 2 e del tipo 3 dal resto del mondo con pochi casi, 5-6 rispettivamente in Afganistan e Pakistan, con previsione del loro azzeramento nei prossimi 3 anni per quanto riguarda il tipo 1 che si è rifatto vivo come vaccino orale causa di poliomielite nei casi di soggetti defedati e immunodeficitari osservati nella Siria per la guerra in corso e che non possono incidere sul dato finale di azzeramento della paralisi infantile nei prossimi 2-3 anni con completa scomparsa della malattia come avvenuto per il vaiolo.

Chi faceva questi vaccini era immune per lungo tempo e forse addirittura per sempre e immunizzava anche gli altri. Questi erano i vaccini antipolio, come si vede anche allora c’erano due vaccini diversi. Anche se entrambe le tecniche utilizzavano un virus inattivato o attenuato. Mai nessuno si sognò  di mischiare i due vaccini.   

Veniamo alla situazione attuale. La tecnica di iniettare non un virus, ma frammenti di RNA messaggero (mRNA) è del tutto nuova, mai sperimentata in precedenza. Essa consiste nell’utilizzare una molecola speculare all’acido nucleico del virus per la produzione delle proteine costituenti la particella virale con il fine di indurre la glicoproteina spike del coronavirus, usata per i recettori ACE2 delle cellule bersaglio in modo da produrre questi antigeni nelle nostre cellule mediante l’informazione dell’mRNA. In sostanza viene stimolata la produzione di anticorpi specifici come l’immunoglobulina verso gli antigeni specifici virali per ottenere l’immunità del soggetto vaccinato. Ma non ci sono solo questi vaccini. I vaccini più tradizionali sono quelli Cinesi ed Indiani, a virus disattivato, ma anche il vaccino prodotto dai Russi o l’AstraZeneca utilizzano un adenovirus come vettore contenente le istruzioni per produrre la glicoproteina spike che permette al virus di legarsi alle cellule umane utilizzate dopo come fotocopiatrice per creare nuove copie di se stesso. Il nostro sistema immunitario impara a riconoscere la proteina del virus “ibrido” e meno aggressivo, conservando la memoria dell’agente incontrato.

Oggi molta attenzione è riservata a AstaZeneca per alcuni effetti avversi molto limitati ma incontestabili. Ma poco si dice sui nuovi vaccini a mRNA. Con questi vaccini alcune regioni del genoma del virus si legano al gene delle cellule umane.  Si è sottovalutata anzitutto la possibilità di attivazione di geni umani associati a rischio di malattie autoimmuni. Inoltre, nei soggetti in età fertile l’mRNA potrebbe indurre modifiche sugli spermatogoni o sugli ovuli con prospettive di alterazioni genetiche nei feti che solo il tempo potrebbe essere in grado di escludere. Ecco perché questo tipo di vaccino dovrebbe essere sconsigliato alle donne incinte come pure dovrebbe venire sconsigliata la gravidanza fino a due mesi dopo la sua inoculazione.

I vaccini a mRNA sono quelli della Pfizer e della Moderna dove l’RNA fa da modello per produrre la proteina spike della COVID-19 e stimolano la produzione di molti anticorpi.  I vaccini AstraZeneca e Reithera consistono in un adenovirus vettore delle spikes del coronavirus, mentre l’adenovirus vettore dello Sputnik Russo è di origine umana quello dell’AstraZeneca usa un virus dello schimpanzè, mentre la Reithera un virus del gorilla. Gli adenovirus usati non sono contagiosi. L’adenovirus non si replica e non provoca malattia e diffonde il gene del SARS-CoV2 nelle cellule dell’organismo dove vengono prodotte le proteine spikes riconosciute dal sistema immunitario del vaccinato come estranee, rispondendo con anticorpi umorali e cellule linfocitarie che impediscono al virus l’entrata nelle cellule del vaccinato e distruggono le cellule infette.

Abbiamo, insomma, vaccini che funzionano con due modalità molto diverse, finalizzate a sviluppare differenti aree del sistema immunitario. Ora si è deciso addirittura di sostituire per la seconda dose il vaccino AstraZeneca con i vaccini realizzati da Pfizer e Moderna. Dopo quanto abbiamo scritto dovrebbe risultare chiaro che si tratta di una decisione rischiosa che solleva molti dubbi sotto il profilo scientifico. Mai nella storia della medicina si è vista una cosa del genere, la vaccinazione eterologa, e le ricerche pubblicate sinora sono insufficienti per numero esiguo di soggetti esaminati e per gli effetti a lungo termine dei vaccinati.

La procura di Genova indaghi il ministro

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma, il 14 giugno 2021

Per le responsabilità sulla vaccinazione giovanile si gioca allo scaricabarile, solo il ministro Speranza pare, come sempre, nel giusto. Analizziamo distintamente due profili giuridici.

Responsabilità politiche. Il ministro della Salute, con comunicato ufficiale del 9 febbraio 2021 n. 29, afferma: “Oggi in tutte le Regioni italiane arrivano le prime dosi del vaccino Astrazeneca. Saranno somministrate alla popolazione tra i 18 e i 55 anni […]”. Successivamente con Circolare del 7 aprile 2021, sottolinea che: “il vaccino Vaxzevria è approvato a partire dai 18 anni di età, sulla base delle attuali evidenze, tenuto conto del basso rischio di reazioni avverse di tipo tromboembolico a fronte della elevata mortalità da COVID-19 nelle fasce di età più avanzate, si rappresenta che è raccomandato un suo uso preferenziale nelle persone di età superiore ai 60 anni”. Insomma, il vaccino è sicuro anche nelle persone dai 18 anni in su, ci si limita a raccomandarne un uso preferenziale per quelli di età superiore ai 60.

Nel frattempo l’Aifa – Agenzia Italiana del Farmaco –  il 26 maggio evidenzia che si sono verificati casi avversi causati dai vaccini AstraZeneca e Johnson & Johnson di “trombosi dei seni venosi cerebrali (TSVC) e/o trombosi delle vene splancniche, spesso associati alla presenza di trombi in sedi multiple e a piastrinopenia, con emorragie gravi e talvolta segni di coagulazione intravascolare disseminata” osservati “quasi esclusivamente entro circa tre settimane dalla vaccinazione in soggetti sani con età inferiore a 60 anni, prevalentemente donne” [documento Aifa su Complicanze tromboemboliche post-vaccinazione anti-COVID-19]. Perché il ministero della Salute e le Regioni hanno organizzato i cosiddetti OpenDay per consentire ai diciottenni (soprattutto maturandi) di vaccinarsi su base volontaria proprio con AstraZeneca? Dov’era il ministro? Facile scaricare ora le colpe sulle Regioni.

Responsabilità penali. La Procura di Genova ha aperto un fascicolo per “omicidio colposo contro ignoti”. Gli inquirenti dovranno valutare se v’è stato dolo o colpa grave in coloro che hanno somministrato il vaccino (la colpa lieve è coperta dalla recente introduzione dello scudo penale). Dopo di che la Procura – a nostro modestissimo avviso – dovrebbe anche chiedersi perché il ministro Speranza – visti i rilievi di Aifa – non abbia vietato con ordinanza la somministrazione di AstraZeneca per i giovani. Se il ministro sapeva dei rischi di AstraZeneca per gli under 60, perché non ne ha vietata sin da subito la sua somministrazione? Qui le ipotesi di reato sono due: omicidio colposo (art. 589 c.p.) e rifiuto/omissione di atti d’ufficio (art. 328 c.p.). Se si indaga il sindaco di Crema per un bimbo che si è chiuso da solo il dito in una porta della scuola non sarebbe il caso di indagare anche il ministro della salute per tutto quello che è successo con AstraZeneca?

Speranza ha ora dichiarato che la precedente semplice “raccomandazione” di usare AstraZeneca solo per gli over 60 ora diventerà ora perentoria, e già ma i morti che nel frattempo ci sono stati? Inoltre avvisa che la seconda dose, per chi ha già fatto la prima di AstraZeneca,  sarà Pfizer o Moderna. Non siamo medici ma da semplici cittadini – dopo quello che è successo – ci chiediamo: AstraZeneca è a vettore virale e gli altri due a mRNA. Non ci sono rischi nel mischiare due vaccini diversi?

BISOGNA DISCUTERE APERTAMENTE DI QUELLO CHE SUCCEDE CON I VACCINI

di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi, su Libero il 15 giugno 2021

La morte di una ragazza ligure di 18 anni dopo il vaccino AstraZeneca ha fatto scattare la decisione per cui questo vaccino AstraZeneca è da ora somministrato solo a chi ha più di 65 anni. In pratica si è invertito quello che si era deciso tre mesi fa perché, si ricorderà che in marzo leggevi invece: “Semaforo verde del ministero della Salute all’utilizzo del vaccino anti-Covid di AstraZeneca anche nei soggetti over 65 anni di età”. A inizio anno infatti, il vaccino AstraZeneca era stato sconsigliato in diversi paesi nordici e anche in Francia per i soggetti sopra i 65 anni. Già questo la dice lunga sulle certezze dei nostri esperti. 

Ma concentriamoci sui giovani. Il 10 giugno ad esempio una ragazza di 24 anni in Calabria era morta (dopo il vaccino Moderna), il 7 giugno è morta una maestra a Castiglione della Pescaia, e il 7 giugno è morto uno studente di infermieristica di 22 anni appena dopo la vaccinazione.

Negli Stati Uniti si usano solo i vaccini Pfizer e Moderna e non Astrazeneca e le autorità sanitarie riportano circa 6mila morti e oltre 4 mila casi di disabilità segnalati susseguenti alla vaccinazione. Per la precisione, esiste un sistema di reportistica volontario chiamato VAERS (Vaccine Adverse Reporting System) da oltre 30 anni che raccoglie per tutti i 12 o 14 vaccini somministrati ogni anno tutti i casi di reazioni avverse. Se si va sul sito americano a leggerlo si nota che riporta ora “in coincidenza con la vaccinazione” ” 5,888 morti, 4,583 casi di disabilità permanente e 19,554 ospedalizzazioni.

Questi numeri sono maggiori di quelli di tutti i casi riportati per tutti gli altri vaccini negli ultimi 30 anni. C’è certamente chi obietta che sia normale che su una popolazione di milioni di persone vaccinate ci siano dei casi di morte o paralisi che sarebbero avvenuti comunque e accadono per coincidenza nei giorni dopo la vaccinazione. Si dovrebbe allora spiegare come mai per circa 150 milioni di vaccinazioni per l’influenza ad esempio, questo non accada e i morti segnalati siano 2 o 300 solamente all’anno.

L’accumularsi di queste dati ha ora conseguenze, perché ieri è stato presentato un disegno di legge per consentire di pagare danni alle vittime della vaccinazione per la Covid – 19 da parte dello Stato (non delle case farmaceutiche che sono state esentate da sempre per ogni tipo di vaccino) sotto quello che in USA si chiama il “tribunale dei vaccini”. Inoltre la CDC ha indetto una riunione straordinaria per discutere dei casi di miocardite e altri problemi cardiaci per minorenni vaccinati con Pfizer.

In Italia non esiste un sistema di reportistica dei “casi avversi” come in USA o UK per cui ci si deve affidare alle cronache dei giornali locali. Ci sono siti e pagine Facebook ora che raccolgono i ritagli di giornale della cronaca locale che riportano questi decessi successivi al vaccino e si può notare che l’età media è molto più bassa di quella dei decessi Covid, che è 81 anni circa. Nel caso dei decessi susseguenti alla vaccinazione si vedono tutte le età e si può presumere, sfogliando appunto le cronache locali, che possa essere una età media tra i 40 e 50 anni o forse addirittura intorno a 40 anni.

Il fatto che sia in Italia che altrove si moltiplichino i casi di giovani deceduti è problematico anche perché, come si dovrebbe sapere, la mortalità sotto i 50 anni non è variata con la  Covid-19  e quindi si tratta di morti che non erano soggetti a rischio.  Istat pubblica i dati di mortalità totale aggiornati fino a marzo e mostra che nel 2020, rispetto alla media del 2015-2019, la mortalità sotto i 50 anni è invariata (e sotto i 40 anni leggermente calata). La  Covid- 19  ha quindi  avuto (perlomeno l’anno scorso) impatto zero complessivamente per adulti e giovani. Anche nella fascia di età tra 50 e 59 anni l’aumento di mortalità è solo di 16 decessi in più ogni milione di persone, quindi praticamente irrilevante.

Per essere più chiari possibile, anche per cinquantenni, Istat mostra che ogni milione di persone (diciamo quindi per una popolazione simile a quella di Napoli, intorno al milione), ci sono stati solo 16 decessi in più (rispetto alla media), in un anno.  Nessuno noterebbe questo tipo di mortalità nel contesto di una mortalità complessiva che in Italia è intorno a 10mila decessi l’anno per milione di abitanti, Anche i dati dei sessantenni indicano un leggero aumento nel 2020 di mortalità, ma se guarda parliamo di circa 200 decessi in più all’anno ogni milione. È solo quando si passa agli ultraottantenni che Istat mostra (per il 2020) oltre 50mila morti in più della media. In parole povere, quando si dice che l’età media dei decessi Covid è 81 anni, questo significa che sono quasi tutti concentrati intorno a questa età.

La maggioranza degli italiani (diciamo certamente quelli sotto i 50 anni) viene quindi vaccinata non perché sia a rischio, in base ai dati, ma per evitare che possa contagiare i più anziani, che anche se vaccinati potrebbero lo stesso essere forse a rischio. Il vaccino dovrebbe proteggerli, ma si vaccinano tutti fino ai bambini per proteggere sostanzialmente la fascia degli ultra 75enni. In realtà, gli studi pubblicati indicano che adulti e giovani che prendano il virus sono immunizzati per diversi anni per cui non si reinfettano e non reinfettano più. Possono  quindi immunizzarsi naturalmente, visto che non sono a rischio, semplicemente come ci si immunizza per ogni altro virus cioè circolando e passandoselo senza accorgersene.

Ora però si moltiplicano i morti susseguenti alla vaccinazione tra le persone di 20, 30 o anche 50 anni che statisticamente non hanno sofferto e quindi non sono a rischio per la malattia virale. Dire che i casi sono comunque pochi sul totale della popolazione  non tiene conto del fatto che gli anni di vita persi sono molti di più.  Un ventenne che muoia dopo la vaccinazione ovviamente ha 60 anni di vita persi in più di un 80enne che sia deceduto a seguito della Covid-19.

Finora abbiamo solo riportato dati che forse non tutti conoscono, come appunto quelli del sistema americano VAERS che finora segnala circa 6mila morti e 4 mila casi di disabilità “in coincidenza” con le vaccinazione Moderna e Pfizer. E anche quelli Istat che mostrano che sotto i 50 anni in Italia la Coviud-19 non ha avuto alcun impatto.

L’unica considerazione che ci permettiamo di fare è la seguente: si dovrebbe discutere i pro e contro della scelta di vaccinare in particolare i giovani, in base a dei dati, ad una analisi rischi/benefici.

Questi giovani morti si sono vaccinati contro qualcosa che per loro non presentava alcun rischio. Questo non è mai accaduto in precedenza, si è sempre invece vaccinato chi personalmente era a rischio di qualcosa, fosse anche l’influenza stagionale. Si sta vaccinando una intera popolazione per un problema che riguarda in realtà solo la fascia oltre i 70 anni con vaccini, tra l’altro, autorizzati solo in via sperimentale.  Sarebbe tempo che si potesse discuterne apertamente sulla base del “principio precauzione” e non semplicemente annunciare che la seconda  dose  sarà  di Pfizer. 

Speranza dimettiti!

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma, su Libero il 14 giugno 2021

Come si fa a morire a 18 anni dopo aver fatto un vaccino che avrebbe dovuto invece farci ritornare a vivere? È la storia di Camilla Canepa di Sestri Levante. La ragazza si era fatta vaccinare il 25 maggio con AstraZeneca (Vaxzevria). “Più vaccinati e più liberi” campeggia sul Palazzo della  Regione Liguria Liguria nella piazza più importante di Genova.  Il 5 giugno si era reso necessario il ricovero presso il San Martino di Genova, dove veniva sottoposta a due operazioni chirurgiche, tra cui quella di rimozione del trombo. La sera del 10 giugno la ragazza purtroppo è morta. La Procura di Genova aveva aperto tre giorni fa un fascicolo contro ignoti per atti non costituenti reato, ma la sera del 10 giugno l’ipotesi di reato è stata modificata in “omicidio colposo contro ignoti”. Ma quali ignoti, ci chiediamo. Non si conoscono già i nomi dei responsabili?

Il ministro della Salute Roberto Speranza, con comunicato ufficiale del 9 febbraio 2021 n. 29, affermava: “Oggi in tutte le Regioni italiane arrivano le prime dosi del vaccino Astrazeneca. Saranno somministrate alla popolazione tra i 18 e i 55 anni […]”. Successivamente il ministero della Salute, con Circolare del 7 aprile 2021, sottolineava che: “ribadendo che il vaccino Vaxzevria è approvato a partire dai 18 anni di età, sulla base delle attuali evidenze, tenuto conto del basso rischio di reazioni avverse di tipo tromboembolico a fronte della elevata mortalità da COVID-19 nelle fasce di età più avanzate, si rappresenta che è raccomandato un suo uso preferenziale nelle persone di età superiore ai 60 anni”. Insomma, il vaccino è sicuro anche nelle persone dai 18 anni in su, ma se ne raccomanda un uso preferenziale per quelli di età superiore ai 60. Questa era anche la posizione dei virologi da televisione, che fino a due giorni fa tacciavano di “negazionismo” chiunque sollevasse un minimo dubbio sul farlo o meno ai giovani e che forse per le loro dichiarazioni di allora andrebbero oggi indagati. Che oggi si stiano già riposizionando è un segno della miseria umana.  

Ma la cosa importante è un’altra. L’Aifa – Agenzia Italiana del Farmaco –  già il 26 maggio aveva messo in guardia  tutti  in ordine al fatto che si erano verificati casi avversi causati dai vaccini AstraZeneca e Johnson & Johnson di “trombosi dei seni venosi cerebrali (TSVC) e/o trombosi delle vene splancniche, spesso associati alla presenza di trombi in sedi multiple e a piastrinopenia, con emorragie gravi e talvolta segni di coagulazione intravascolare disseminata” osservati “quasi esclusivamente entro circa tre settimane dalla vaccinazione in soggetti sani con età inferiore a 60 anni, prevalentemente donne” [documento Aifa su Complicanze tromboemboliche post-vaccinazione anti-COVID-19 del 26/5/2021].

Detto questo, perché il ministero della Salute e le Regioni hanno organizzato i cosiddetti OpenDay per consentire ai diciottenni (soprattutto maturandi) di vaccinarsi su base volontaria con AstraZeneca? Perché non si sono ascoltati gli avvertimenti di Aifa? Forse perché bisognava sbolognare in qualche modo le dosi di AstraZeneca rifiutate dagli over 60? O forse perché bisognava giustificare lo sperpero di denaro pubblico del precedente governo per aver puntato all’inizio tutto su AstraZeneca?

Fatto sta che una giovane è morta in quanto la sua Regione e il ministero della Salute hanno consentito – con gli OpenDay – di vaccinarsi a 18 anni con AstraZeneca, nonostante i recenti avvertimenti di Aifa. Chi ne risponde adesso? Come dicevamo la Procura di Genova ha aperto un fascicolo per omicidio colposo contro ignoti, ma dovrà ben presto trasformarlo in registro “Noti” iscrivendovi il ministro Speranza. La ragione è semplice. Oggi il fascicolo è contro ignoti perché la Procura dovrà dapprima valutare se v’è stato dolo o colpa grave in coloro che hanno somministrato il vaccino (la colpa lieve è coperta dalla recente introduzione dello scudo penale). Risolto questo dubbio, il primo soggetto da sottoporre ad indagine è proprio il ministro della Salute Speranza, il quale avrebbe quantomeno dovuto – con ordinanza – vietare la somministrazione del vaccino AstraZeneca nei soggetti di età inferiore ai 60 anni, esattamente come raccomandato da Aifa nei suoi diversi comunicati. I reati da contestare al ministro sono quelli di omicidio colposo (art. 589 c.p.) e rifiuto/omissione di atti d’ufficio (art. 328 c.p.). Non sappiamo come andrà a finire, ma dovrebbe andare a finire così.

Non si comprende per quale motivo le Procure siano state così solerti ad aver iscritto nel registro Noti l’allora ministro dell’interno Salvini per sequestro di persona (per il fatto di aver impedito gli sbarchi) o di recente il sindaco di Crema perché un bambino si è chiuso da solo un dito in una porta della scuola. Da chi è protetto Speranza a tal punto da dribblare ogni volta le indagini? Lo scorso anno lui e Conte avrebbero dovuto essere indagati per “delitti colposi contro la salute pubblica” (art. 425 c.p.), ma inspiegabilmente la fecero franca. Vogliamo continuare a far finta di niente?

Non sappiamo se la magistratura interverrà, come dovrebbe,  ma la politica può farlo. Speranza dovrebbe dimettersi oggi stesso, ma non lo farà. Lega e Forza Italia non possono di certo continuare ad essere complici di un ministro che ne combina di tutti i colori. Al Senato i numeri di Pd-LeU-M5s sono ballerini, quindi quantomeno la Lega potrebbe presentare una mozione di sfiducia individuale nei confronti del ministro, che non significa mettere in discussione tutto il governo ma solo il titolare della Sanità. Speranza non può andare avanti, questo è sicuro. Se ne renda conto anche Draghi.

La fine del M5S

di Paolo Becchi, su Libero 8 giugno 2021

Il  Movimento 5 stelle era  finito da tempo e tuttavia ieri con l’uscita di Davide Casaleggio dal MoVimento  e la rottura con Rousseau  si è consumato definitivamente il processo.  Con Conte nascerà qualcosa di nuovo, che sicuramente non ha più niente a che fare con il passato di questo Movimento.  Beninteso, le forze politiche cambiano nel tempo, ma qui si tratta di qualcosa di diverso: una rottura totale con il proprio passato.  Sarebbe – per fare un esempio – come se la Lega da federalista diventasse centralista.  La Lega è certo cambiata e cambierà ancora, ma Salvini è rimasto fedele al principio originario del partito che oggi guida. Vedremo se i cittadini confermeranno almeno in parte la fiducia in un Movimento che dei 5 stelle conserva solo il nome e che di fatto si appresta politicamente a diventare una costola del Pd. Che un Movimento peraltro finisca grazie all’ intervento esterno di un Garante e non con una discussione politica al proprio interno non è certo un bel segnale di democrazia per quello che sta nascendo.

Due parole vanno dette però su quello che è successo, perché coinvolgono l’operato del Garante per la protezione dei dati personali, nominato peraltro – un particolare che tutti sinora hanno omesso – dallo stesso Conte. 

Il Garante, prendendo la decisione da solo e non collegialmente – anche questo particolare è sfuggito -, ha ordinato la consegna al Movimento 5 stelle entro 5 giorni dei dati sensibili “nelle forme e secondo le modalità indicate dallo stesso movimento”. “Entro 5 giorni”, rendendo cioè in pratica impossibile, in caso di ricorso, di ottenere la sospensione dell’efficacia esecutiva dell’ordine. La “perfezione del diritto”: il ricorso entro trenta giorni è ammesso ma di fatto diventa inutile.

Il  Garante ha preso questa decisione importante  eludendo  peraltro la questione centrale, quella attinente la persistenza di poteri di legale rappresentanza in campo a Crimi. Su questo avrebbe dovuto prendere posizione, e invece il Garante riconosce, peraltro solo implicitamente, che Crimi sia il legale rappresentante, non tenendo conto del fatto che un Tribunale proprio in questi giorni ha rigettato l’ istanza di revoca presentata da Crimi e quindi, allo stato, giusti i rilievi del Presidente del Tribunale di Cagliari, che li ha fondati su solida Cassazione,  Crimi non può essere considerato a rigore il rappresentante legale del Movimento.

Il Garante dunque ha in pratica ordinato di consegnare a Crimi dati sensibili, baipassando la questione del legale rappresentante e implicitamente dando per scontato in capo a Crimi un titolo che per un Tribunale non possiede. A questo punto qualsiasi iscritto che ritenesse che i suoi dati sensibili sono stati trasferiti in maniera illecita potrebbe presentare un esposto.  E sarebbe una cosa glusta da fare. Il Garante allora sarebbe costretto a spiegare perché abbia ritenuto Crimi legale rappresentante, anche se lui stesso non lo dichiara tale, insomma dovrebbe chiarire perché ha emesso un ordine che di fatto rende persino inutile un ricorso e pur in presenza di un forte contrasto sul punto essenziale dell’esistenza di un legale rappresentante.

Il problema non è di poco conto perché il Garante con questa sua decisione potrebbe aver violato la protezione dei dati. E dunque saremo in presenza di un abuso.

Giustizia: vogliono impedire i referendum a Salvini

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma, su Libero il 5 Giugno 2021

Il Ministro Marta Cartabia intende presentare in Commissione giustizia alla Camera una serie di sue proposte per la riforma dell’ordinamento giudiziario, frutto del lavoro – in fase di definizione – della Commissione ministeriale presieduta dal costituzionalista Massimo Luciani: limiti ai passaggi da magistratura inquirente a magistratura giudicante, criteri più selettivi per le nomine, niente sorteggio per l’elezione dei componenti del Csm e incompatibilità territoriale per i magistrati che rientrano in magistratura dopo l’esperienza politica. In parallelo, Lega e Radicali hanno già depositato in Cassazione i sei quesiti referendari in materia di riforma dell’ordinamento giudiziario: responsabilità civile dei magistrati, separazione delle carriere, limiti alla custodia cautelare, abrogazione della Legge Severino, abolizione della raccolta firme per le liste dei magistrati e diritto di voto per avvocati e docenti universitari nell’elezione dei consigli giudiziari.

Insomma, di fronte al terremoto dei referendum, il Ministro è corso subito ai ripari e sta tentando di levigare alcune norme dell’ordinamento giudiziario allo scopo di evitare che il prossimo anno si tengano i referendum abrogativi proposti dalla Lega. Non possono infatti più essere oggetto di referendum abrogativo norme che nel frattempo sono già state modificate dal Parlamento. Il senso delle proposte di Cartabia è dunque questo: fregare Salvini.

In mezzo a questi due fuochi si colloca la relazione della Commissione Lattanzi, istituita dalla stessa Cartabia presso l’Ufficio legislativo del Ministero della Giustizia con l’obiettivo di elaborare proposte di riforma al ddl n. AC 2435, quello sulla riforma del processo penale presentato dall’ex ministro grillino Bonafede prima della caduta del Conte bis. La Commissione, presieduta dall’ex Presidente della Corte costituzionale Giorgio Lattanzi, ha depositato la relazione finale il 24 maggio. Ci sarebbero anche cose interessanti in questa relazione, anche per quel che riguarda la prescrizione, ma Salvini, con la sua idea del referendum, ha dato scacco e Cartabia ora si difende, come è normale che sia.

Ora si tratterà di vedere come reagirà il parlamento di fronte alle proposte di riforma avanzate da due diverse commissioni istituite dal Guardasigilli.  Arriveremo a fine gennaio prossimo, data in cui la Consulta dovrà dichiarare in via definitiva l’ammissibilità dei referendum, con una riforma della giustizia e del processo penale che renderanno giuridicamente impossibili i referendum? Il rischio è proprio questo: avere una riforma complessiva parecchio pasticciata, ma che consenta a Pd e M5s di togliere a Salvini la possibilità di fare i referendum. A quel punto Cartabia ha tutte le carte in regola per salire la Colle  più  alto … per restarci.

Il canto del cigno

di Paolo Becchi

Ci hanno provato ancora una volta ad azzoppare l’anatra, ma non era una anatra era un cigno. Ora però sarebbe venuto il momento del suo ultimo canto. Un canto flebile, malinconico, ma armonioso, di un cigno che ne ha passato di tutti i colori, ma che ha goduto della vita come un Fëdor Pavlovič.

 Forza Italia sembra una nave in grandi difficoltà e i topi scappano uno dopo l’altro, magari costruendosi una barchetta. Berlusconi, “con l’anima fredda e buia come una cantina” assiste con tristezza, ma dovrebbe capire che così non può continuare. Il suo Movimento, così indistricabilmente legato alla sua forte personalità, non troverà all’interno nessun degno successore che sia all’altezza del compito, se non la figlia Marina che ha lo stesso temperamento del padre, ma che pare non abbia nessuna intenzione di scendere in politica. E così a Berlusconi non resta, volens nolens, che ricucire con Matteo Salvini, ma questo non basta. Dovrebbe – a mio avviso – guardare in grande. E proporre la nascita di un nuovo soggetto politico che unisca Forza Italia e la Lega.  Non sto pensando a un cartello elettorale o a una sommatoria parlamentare, ma a qualcosa di più ambizioso, un nuovo progetto politico, una “Lega Italia”, che salvi l’Italia, raccogliendo l’eredità spirituale della Lega e di Forza Italia.

È in fondo nella “Natur der Sache”, nella “natura della cosa”, che finisca così. Il federalismo e il liberalismo non sono idee morte, unirono Bossi a Berlusconi negli anni Novanta del secolo scorso e possono unire Salvini e Berlusconi anche oggi, dando vita a qualcosa di nuovo. Ma cosa vuol dire questo, che non è cambiato niente? Tutt’altro, il federalismo non è più declinato in senso secessionista, ma significa nell’immediato dar vita al “regionalismo differenziato”, e il liberalismo non significa più meno Stato e più mercato, ma più libertà nello Stato. E oggi nell’era dell’emergenza permanente il richiamo alle libertà è più importante che mai. Anche l’idea di una Europa rinnovata post Maastricht, fondata sugli Stati e non sulla loro negazione potrebbe unire il nuovo Movimento. Un Movimento trasversale, oltre la destra e la sinistra, oltre i partiti attuali e vicino ai cittadini, che si ponga in prospettiva il compito di riprendere il filo di tante riforme istituzionali interrotte utilizzando anche lo strumento referendario, come Salvini ha già deciso di fare per la riforma della giustizia.      

Dimentico il “terzo incomodo”, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni? Una donna certo di carattere, ma è come un souffle nel forno surriscaldato, quando lo tiri fuori si affloscia. Il paragone non è mio, ma di una persona che di sondaggi se ne intende. E poi il “sovranismo debole” di Salvini non è concettualmente in sintonia con il nazionalismo forte di Giorgia Meloni. Con Fratelli d’Italia ci sarà una alleanza elettorale, ma ideologicamente c’è una distanza difficile da colmare per pensare ad un unico soggetto politico con questo partito.   

Il problema di Salvini non è comunque Meloni, il problema semmai è Mario Draghi – è lui oggi l’uomo  con i “pieni poteri” – che ha un progetto in testa ben preciso e che potrebbe diventare il nuovo Macron, senza i limiti di Macron, in un contesto in cui non ci sarà più Angela Merkel.  Draghi – ormai è evidente –   aspira ad occupare uno spazio nel vuoto attuale della politica italiana, ma non ha al momento alcuna legittimità popolare.

Un nuovo soggetto politico, che nasca sulla solida eredità culturale di due forze politiche esistenti, potrebbe riempire quel vuoto e sarebbe una soluzione molto più democratica dell’affidare la nazione all’”uomo solo al comando”. Se il progetto partisse da Salvini sarebbe poco “credibile”, ma se partisse da Berlusconi sarebbe un segno di intelligenza politica.  Per questo il cigno ora dovrebbe cantare.  

In ricordo del 2 giugno, cosa c’è da festeggiare?

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma

I dati ufficiali consegnarono la vittoria alla Repubblica al fotofinish. 12.717.923 voti per la Repubblica, 10.719.284 alla Monarchia. Il 2 giugno 1946, dopo 85 anni di Regno, l’Italia diventava una Repubblica. Schede bianche 1.498.136. Questo il risultato ufficiale del referendum istituzionale del 2 e 3 giugno.

 Nei primi due giorni che seguirono lo spoglio delle schede la monarchia era peraltro nettamente in testa, tanto è vero che Re Umberto II fece trasparire un certo ottimismo tra i suoi, anche dopo la telefonata di De Gasperi che gli confermò il dato parziale di un vantaggio della Corona. Anche il Papa ricevette dai Carabinieri una informativa sulla vittoria della Monarchia. La doccia fredda arrivò il giorno dopo, quando De Gasperi si recò dal Re per dirgli che la Repubblica aveva ormai un considerevole vantaggio. Cosa sia successo la notte tra il 4 ed il 5 giugno non lo sapremo mai. C’è chi afferma che l’allora Ministro dell’interno, il socialista Giuseppe Romita, abbia sostituito un numero sufficiente di schede ufficiali con schede false già segnate in favore della Repubblica, chi invece ha lamentato la dispersione di circa tre milioni di schede, ma c’è anche – e questo ci sembra l’argomento più incisivo – chi lamenta come il risultato non abbia tenuto conto dell’insieme dei voti espressi ma soltanto dei voti validi. In effetti le schede bianche andavano conteggiate nel quorum, cosa che non avvenne. In tal modo il distacco tra l’una e l’altra forma di Stato sarebbe stato di gran lunga minore e i monarchici avrebbero potuto chiedere il riconteggio delle schede, cosa che non avvenne.

Come che sia, il Re accettò il risultato evitando una guerra civile e lasciò il Paese per sempre. Gli americani, favorevoli alla Monarchia – semplicemente per evitare turbamenti istituzionali e perché Umberto era un anti-comunista di provata fede -, non fecero nulla e il 18 giugno la Corte di Cassazione proclamò i risultati ufficiali. Insomma, la Repubblica nacque su una mezza truffa e quindi non si vede cosa ci sia oggi da festeggiare. Chissà se il ricordo di questi fatti ci aiuti a spiegare perché la festa del 2 giugno sia così poco sentita dagli italiani. 

A parte la parata delle forze armate lungo i Fori Imperiali, questo anno non prevista, e il saluto del Presidente della Repubblica al Milite Ignoto all’Altare della Patria, la giornata del 2 giugno si traduce quasi spesso in una mera scampagnata di fine primavera. È sempre stato così. Un po’ tutti i Presidenti della Repubblica non sono riusciti ad incarnare lo spirito repubblicano e a farlo crescere nel corso degli anni. Anzi, come è noto il comunista Napolitano, finì per essere chiamato “Re Giorgio”, con il doppio mandato.   

Del resto, di che Repubblica parliamo oggi? La Prima Repubblica, quella dei partiti, è finita da tempo e oggi quasi la ricordiamo con rimpianto. Anche la Seconda Repubblica, quella del berlusconismo e dell’antiberlusconismo non esiste più. E allora cosa festeggiamo oggi?

I valori repubblicani della nostra Costituzione. Ma siamo proprio sicuri?  Una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, quale lavoro, se la disoccupazione dilaga, già da diversi anni, e la precarietà del rapporto lavorativo è la regola e non l’eccezione? La rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana.  E quali ostacoli abbiamo rimosso negli ultimi anni per favorire il pieno sviluppo della persona umana? Semmai gli ostacoli li abbiamo messi. Si pensi alle migliaia di adempimenti che ha un’impresa o una partita Iva per aprire un’attività e per lavorare col fiato sul collo. E di esempi ce ne sarebbero tanti altri, se pensiamo che per combattere la guerra contro il nemico invisibile con confinamenti, coprifuochi, zone rosse e gialle ecc.  abbiamo sacrificato tutte o quasi le nostre libertà repubblicane. La domanda da farsi sul serio  in occasione del 75 anniversario della proclamazione della Repubblica è : ma cosa stiamo festeggiando?

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