Di Paolo Becchi su Libero, 29/01/2017


Si dice che con Donald Trump il mondo sia destinato a cambiare.

Ma il mondo, in realtà, è già cambiato. Se lui, infatti, è lì, non è certo per puro caso. No, non c’è nessuna fine della storia, nel senso di Fukujama. Per capire ciò che è avvenuto, per capire anche Trump, bisognerebbe piuttosto ricordarsi che la storia non segue affatto un progresso lineare, un processo di «magnifiche sorti e progressive», un processo che va verso un fine, uno scopo prestabilito. La storia procede piuttosto, come aveva genialmente intuito il nostro filosofo Giambattista Vico per corsi e ricorsi, e dunque conosce interruzioni, inversioni, ripetizioni, sembra talvolta «sviare» da quella che pensavamo fosse la sua destinazione. Per quanto possiamo proiettare sulla storia le nostre illusioni e speranze (che, dopotutto,  la storia come la vita abbia uno scopo, che si vada, in fondo, sempre da qualche parte), la storia finirà, presto o tardi, con lo smentirci. Ed ecco Trump, quando la globalizzazione sembrava essere proprio la fine della storia.

Vico aveva distinto tre epoche, tre età dell’umanità stessa, comprendendo, anche se sotto nomi ormai troppo diversi da quelli che oggi daremmo noi, il suo tempo ed il nostro. Se seguissimo, liberamente, Vico, la prima età che dovremo distinguere è l’età del senso: per Vico l’età del sacro, del mito, in cui tutto è spiegato attraverso il riferimento alle divinità, all’«antropomorfismo» degli dei; per noi, direi, l’epoca delle guerre di religione del XVI secolo, del sangue, della barbarie, della violenza, delle lotte in nome di un Dio che sta al posto dell’uomo, anche se non è che una proiezione dell’uomo stesso. Ad essa segue l’età della fantasia: per Vico l’età degli eroi, delle loro imprese, dove si fondano e costruiscono città; per noi l’età degli Stati nazione, l’epoca della grande impresa di costruzione degli Stati moderni. Infine, l’età della ragione, l’epoca degli uomini, per Vico, delle libere repubbliche, del dialogo; per noi l’epoca «cosmopolitica» della globalizzazione, dell’unità del mondo.

Senso, fantasia, ragione – da qui possiamo ripartire. E ripartire dall’idea di Vico: la storia segue un corso, le età si succedono l’una all’altra, ma a tale successione segue un ricorso, un ritornare – ovviamente nuovo, sotto nuove forme, è un «risorgere» – di quel corso stesso, secondo un movimento ciclico. Non dunque eterno ritorno dell’uguale, dello stesso (come se si ripetessero gli stessi eventi), del già visto, ma è quel corso che proprio perché ritorna non è più semplicemente lo stesso, ma è un altro, se pure segue la medesima struttura.

La lezione di Vico ci serve, ancora, oggi. Abbiamo vissuto, dal 1945, in un’epoca della ragione, dell’affermarsi delle democrazie, di un ideale cosmopolitico che si è, progressivamente, realizzato in quella che è stata chiamata «globalizzazione»: fine degli Stati nazionali, dei confini, libera circolazione delle persone, dei capitali, delle merci, il mondo come un unico spazio aperto e l’individuo come cittadino del mondo. Ora abbiamo però scoperto che quest’epoca, nel suo stesso realizzarsi e compiersi, è giunta alla fine, è tramontata.

Al corso segue, però, il ricorso: ciò che è cominciato, cioè, è il ritorno del passato, ma ora sotto forma di futuro, di ciò che sta avvenendo. La ragione – con le sue illusioni, i suoi «ideali», ma anche le sue debolezze, la sua corruzione, la sua ipocrisia – ha perso, è passata, ha fatto il suo tempo. Questo è un fatto. Ora il mondo è di nuovo diviso. L’universo politico non può che essere un pluriversum.

In una parte del mondo, in Oriente, stanno provando a ritornare gli dei: si scontrano fondamentalismi religiosi, con una lunga scia di sangue che ormai giunge sino a noi. In Occidente, ritorna, dopo decenni di dominio delle ragione, la fantasia: una nuova stagione di fondazione degli spazi, di divisione di territori. Ora il mondo è di nuovo diviso, e segue corsi diversi. È il tempo del «ritorno» degli Stati-nazione: non della loro semplice ripetizione, s’intende, ma di un loro nuovo inizio. Anche per noi è tempo di una Italia sovrana.

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